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I nostri fortunati “Third culture kids”

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I nostri fortunati “Third culture kids”

*Questo articolo è stato gentilmente concesso da Sail Magazine e tradotto in italiano

Se mi incontrassi per la prima volta qui a Dubai, quali sarebbero le prime cose che mi chiederesti? Il mio nome di sicuro, questo sarebbe senza dubbio la prima cosa. Forse dove lavoro o dove vivo. Se sono sposato o se ho figli. E mi chiederesti sicuramente “da dove vieni?” Io ti risponderei “Inghilterra” o “appena fuori Londra”. Perché è lì che sono nata. È dove sono cresciuta e dove sono andata a scuola. È da dove provengono i miei genitori, i loro genitori e i loro genitori ancora. In effetti, per quanto io possa tornare indietro, la mia famiglia è al 100 percento, innegabilmente e inconfutabilmente inglese.

Quando nel 2013 annunciai che mi sarei trasferita a Dubai, la mia famiglia era entusiasta di me. Ma avevano anche molte domande – una, in particolare, “per quanto tempo starai là?” “Oh, non molto tempo” ho ripetutamente risposto io, “forse un anno o due”.

Sette anni dopo, quel mio “un annetto o due” è un lontano ricordo. Sono ancora qui a Dubai con alcune “aggiunte”: un marito (anche lui inglese), una carriera, una casa e due bellissimi bambini. I nostri bambini sono copie speculari di me e mio marito, con la pelle pallida e gli occhi azzurri. E se questo non significa essere inglesi, ci sono i loro passaporti britannici rossi, uguali ai nostri, ma con qualcosa di diverso: dicono “Luogo di nascita: Dubai”.

Questo mi ha portato a pormi diverse domande: qual è la differenza tra un espatriato e i loro figli “third culture”? (ndt. il termine “Third culture kids” è stato coniato negli anni sessanta dal sociologo americano Ruth Hill Useem, definendo così la terza cultura che nasce dall’unione di una prima cultura, del proprio paese d’origine, con quella di un altro Paese) Come vivono qui i miei figli, diversi da me e mio marito cresciuti nella vecchia Inghilterra? Ed è meglio o è peggio?

Da adulto che si è spostato dalla vecchia Europa al misterioso Medio Oriente, è stato – scusatemi la frase cliché – uno shock culturale. Non intendo solo per le donne avvolte nei loro abaya e la lingua che suonava così strana; si è trattato di essere bruscamente catapultati in nuove norme sociali e tradizioni meno visibili di una cultura differente.

Quando il mio primogenito è stato invitato alla festa di compleanno del figlio di un collega, sono rimasta colpita dallo spirito di ospitalità degli emiratini. E quando la madre della mia amica siriana è morta, ho visitato la sua casa e ho sperimentato in prima persona le tradizioni tranquille e serene che accompagnano una triste occasione come il lutto. Per me, cresciuta vivendo i compleanni con piccoli festeggiamenti in famiglia e i lutti con chiassosi ritrovi nei ristoranti, questo era un territorio completamente nuovo. In entrambe le occasioni, mi sono fermata in disparte, preoccupata di commettere errori sociali imbarazzanti od offensivi.

Ma per i miei figli queste cose sono normali. Fanno parte della loro quotidianità. Non cercheranno su Google “regalo per un matrimonio egiziano” e non penseranno sia strano che il loro amico Ali parli sia in arabo che in tedesco a casa. Non inciamperanno su nomi dal suono straniero e non avranno paura di provare un piatto non familiare. Questa è la bellezza di essere un bambino di “seconda generazione”, nato a Dubai. I miei figli sanno che sono inglesi. Dicono “nappy” e non “diaper” e guardano il canale dei bambini della BBC. Ma sanno anche molto di più. La loro percezione del “normale” è molto più ampia, molto più ricca e più colorata di quella di loro padre e mia. E per questo sono sinceramente grata di essere rimasta qui, lontana da casa, più di quei uno o due anni.

Katy è una expat inglese a Dubai. Felice moglie di Andy. Madre esausta di Leo e Caspar. Impiegata orgogliosa di Expo 2020.

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