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Videogiochi e dipendenze: il duro lavoro dei genitori

Videogiochi e dipendenze: il duro lavoro dei genitori

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Videogiochi e dipendenze: il duro lavoro dei genitori

Negli ultimi tempi sui vari giornali online di diversi Paesi ho notato articoli sempre più frequenti su un gioco elettronico (si dice ancora così?) pare molto diffuso tra i bambini più grandi e gli adolescenti, Fortnite della Epic Games. Non riguardandomi direttamente non ho prestato molta attenzione, finché pochi giorni fa sono passata davanti a un negozio specializzato con mia figlia, che a sei anni ha poco accesso alla TV e all’iPad, usati in certi contesti in modo controllato: ha notato un poster e ha riconosciuto perfettamente il gioco, che aveva visto solo di sfuggita una volta, utilizzato per pochissimo tempo dai figli più grandi di amici di famiglia. Sì, è vero che lei ha una forte memoria visiva, ma questo secondo me dimostra anche quanto sia accattivante il gioco.

In effetti Fortnite è molto presente negli Emirati come in tutto il mondo. Lo stesso creatore lo ha definito come un incrocio fra Mine Craft e Left 4 Dead; nella versione originale “Save the World” si può giocare da soli, ma offre il meglio nella collaborazione di un massimo di quattro giocatori. È basato sulla sopravvivenza in un mondo post-catastrofe infestato da zombie tramite potenziamenti successivi, abbastanza subdoli perché acquisibili in forma di micro-transazioni. Nella versione standalone “Battle Royale” prevede invece il coinvolgimento diretto e contemporaneo di 100 giocatori secondo il principio del “ne resterà soltanto uno”: non solo aumenta quindi il numero di persone coinvolte, ma viene anche a cadere la componente più o meno educativa che aveva la versione originaria, basata appunto sulla collaborazione, ed è oltretutto in modalità “free-to-play” completa, ossia con tutte le funzionalità accessibili gratuitamente. È disponibile su svariate piattaforme ed è classificato PEGI 12, ossia vietato ai minori di 12 anni.

Pare che sia estremamente divertente ma anche molto insidioso perché può creare seri problemi di dipendenza, al punto da essere di recente entrato nelle liste di allerta per gli esperti di malattie mentali di questo tipo. Inoltre, è basato sull’interazione fra giocatori con il sistema di chat testuale affiancato da un sistema innovativo di chat vocale diretta, che si sta dimostrando uno strumento di approccio purtroppo molto efficace da parte dei malintenzionati, con tentativi comprovati di adescamento. La questione Fortnite è talmente seria che in questi giorni alcune scuole di Dubai stanno mandando circolari ai genitori raccomandando loro di prestare sempre attenzione alle attività online dei figli, di non sottovalutare mai l’uso eccessivo dei dispositivi elettronici e di creare e mantenere fin da piccoli un rapporto di dialogo aperto.

A questo punto quindi viene spontaneo chiedersi cosa fare per contenere il problema. Esistono software/App, come il tanto pubblicizzato iKyds, che consentono di bloccare alcune o tutte le funzionalità e limitare gli orari di utilizzo del gioco, ma non sono soluzioni educativamente valide secondo molti e comunque spesso i ragazzi più “smart” tecnologicamente imparano presto ad aggirarle.

È anche ingenuo aspettarsi che la scuola faccia più di tanto, anche per un discorso di privacy. A parte organizzare seminari e corsi su insidie e pericoli della rete, che in molti casi vengono spiegati fin dall’inizio in parallelo con l’insegnamento precoce dell’uso del PC, potrebbe magari aver senso pensare di fornire strumenti informatici per il solo uso didattico in aula controllati esclusivamente dalla scuola in termini di applicazioni installate e restrizione draconiana degli accessi e imporre la consegna dei dispositivi personali all’entrata per restituirli al termine della giornata di lezioni. Purtroppo per moli istituti ciò non è fattibile sia economicamente che per scelta didattica, perché risulterebbero esclusi anche strumenti legittimi e regolarmente utilizzati.

La risoluzione del problema è quindi in gran parte responsabilità dei genitori. Come dicono gli esperti intervistati nei vari articoli, l’ideale è far arrivare i ragazzi all’adolescenza abbastanza preparati e fortificati per sapersi difendere da soli da tali insidie. Quindi bisognerebbe insegnare loro sin da piccoli come, quando e quanto utilizzare i supporti tecnologici, senza vietarli, in modo da evitare l’effetto di reazione morbosa tipico dei “proibizionismi”, ma spiegando molto bene quali sono rischi e pericoli. Per far ciò è quindi anche essenziale che i genitori sappiano sempre cosa è installato sui sistemi dei figli e soprattutto come funziona in ogni dettaglio (informandosi magari anche sul sistema di classificazione PEGI che definisce il limite di età per ogni gioco). Poi, ovviamente, imporre delle regole e delle limitazioni sulle modalità e sui tempi di utilizzo dei dispositivi.

Inoltre viene suggerito di cercare di coinvolgere i figli in hobby e attività esterne per aiutarli a scoprire cosa li appassioni (dalla lettura allo sport e così via). Dove non ci sono noia e apatia, il rischio di cadere in questo tipo di dipendenze è minore. Al contrario, sembra paradossale ma non lo è, anche lasciarli liberi di “annoiarsi” in modo da imparare a godere dell’ozio e a fantasticare è secondo molti essenziale. Una cosa che ad esempio personalmente trovo allucinante, anzi un controsenso vero e proprio, è rappresentata da quei bambini (e sottolineo bambini) che vengono mandati al parco con il cellulare o con l’iPad connesso a Internet senza nessuno che badi a loro a parte una tata molto spesso disinteressata a quello che fanno, i quali invece di correre e saltare all’aria aperta, coinvolgono nei giochi anche bambini più piccoli, a loro volta non sempre guardati con la debita attenzione. In generale oltre a una presenza e a un controllo attenti ma non soffocanti, alle regole e all’educazione sull’utilizzo degli strumenti, è importante anche interagire fin da piccoli con i figli mostrando interesse in ciò che fanno e incoraggiandoli a parlare delle loro attività senza farli sentire in colpa se quello che raccontano non ci piace, in modo da evitare che si chiudano a riccio e smettano di parlarci, prestando attenzione a qualunque segnale di comportamento anomalo o disagio, anche nei confronti degli amici, senza esitare di rivolgersi agli specialisti.

È un lavoraccio, lo so. Io che per appartenenza generazionale ho visto la nascita di Pong e ricordo le prove tecniche di trasmissione a colori in TV, già ora mi spavento davanti alla mole di informazioni che devo e dovrò costringermi ad assorbire, e mi sento smarrita, nonostante mio marito sia un professionista del settore informatico cresciuto a pane e Commodore. Ma è un lavoraccio indispensabile, soprattutto perché non credo nell’analfabetismo: nel mondo di oggi tenere i figli lontani dalla tecnologia è come impedir loro di imparare a leggere e scrivere, e mandarli allo sbaraglio non è possibile.

Nata a Roma, una laurea in Ingegneria meccanica biomedica, dopo una carriera in multinazionali del settore IT lavora da parecchi anni come traduttrice professionale free-lance. Ha un diploma in Interior design ed è fra le prime socie fondatrici del Club Soroptimist International Gulf-Dubai, il primo in assoluto in questa parte di mondo. Ama Dubai con tutte le sue contraddizioni, anche perché qui è nata la sua bambina ed è qui che sono stati adottati tre dei cinque gatti che compongono il suo nucleo familiare. Desidera condividere le proprie esperienze in questa città a volte stancante, ma sempre sorprendente, con gli expat, Italiani e non, che continuano ad arrivare a Dubai.

1 Comment

1 Comment

  1. Pippo pippo

    July 6, 2018 at 4:20 pm

    Io invece ricordo di aver giocato con te,nell’appartamento di via Gramsci, (usando lo schermo della vecchia TV) al gioco del pin pong.

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