Vedere l'Italia al cinema

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Ho avuto modo recentemente di vedere, nell'ambito del Dubai International Film Festival, "Youth" di Paolo Sorrentino. Non provo nemmeno a commentare il film in sé. Mi limito a constatare che, per quelli che sono i miei gusti, si tratta di un'opera complessivamente bella, ironica, commovente, realistica, mai eccessiva o retorica, recitata benissimo e ricca di spunti espressi per immagini potenti e dialoghi toccanti, che accompagnano lo spettatore in un vero e proprio viaggio nei sentimenti più veri, familiari e non solo. Nel guardarlo mi sono resa conto che l'ho seguito in una sorta di doppia chiave di lettura. Oltre al coinvolgimento forte dovuto anche al riecheggiare a livello personale di molti dei temi toccati, mi sono ritrovata, forse per autodifesa emotiva, a notare e apprezzare alcuni elementi in qualità particolare di expat italiana residente a Dubai.

Il fatto stesso di condividere un film italiano all'interno di una manifestazione cinematografica internazionale all'estero, con una platea di persone da tutto il mondo, dà un sapore particolare alla visione. È inevitabile chiedersi: cosa ne penseranno? Tra l'altro, ho incontrato una mia amica indiana che non vedevo da qualche tempo, presente in sala per assistere al film con la famiglia. Colpisce pensare come, al di là della distanza, della provenienza, della cultura o della lingua di origine, ci si possa ritrovare accomunati e vicini in questa città, per esempio in una sala cinematografica anche durante le proiezioni non proprio "mainstream" del DIFF. Guardare il film e sentirla un paio di file dietro ridere o reagire più o meno alle stesse scene che hanno fatto ridere e reagire me e le amiche italiane con le quali mi trovavo, ha dato un valore aggiunto all'esperienza, devo dire con il senno del poi.

Ci sono stati alcuni elementi del film vero e proprio che ho notato forse proprio perché da anni vivo a Dubai. La presenza appena accennata nella clinica svizzera della coppia di cittadini di un generico paese del Golfo, forse Emirati, dato il tipico burqa della donna che svela il viso al Maestro in ascensore, per esempio: abiti e figure familiari per noi, adesso, che avrebbero dato invece un tocco esotico tempo fa prima di trasferirci qui. Poi, il personaggio di Maradona, che qui è di casa, preso affettuosamente un po' in giro, ma anche descritto con grande tenerezza nel breve dialogo in piscina con l'attore - il Maestro e il bambino (apprendista violinista mancino) - e nella sua passione per "la palla". Chi vive a Dubai sa bene che passa moltissimo tempo ad allenarsi, anche da solo, nel maggiore centro sportivo della città, e non si nega ai ragazzi per uno scambio di palleggi o per una foto: insomma, Maradona è anche un po' "nostro".

Ancora, le riflessioni condizionate al vivere in questa parte di mondo scatenate da piccoli dettagli che altrimenti sarebbero magari passati inosservati. Per esempio, guardando le assi di legno logorato dal tempo della baita, i panorami o il fuoco nel caminetto, ho rivissuto le sensazioni delle mie innumerevoli vacanze in montagna e non ho potuto non pensare a chi viene qui e si prende le camere nel Kempinski con vista sui campi da sci artificiali di SkiDubai, si siede davanti al fuoco digitale del Saint Moritz e chiama parquet quella cosa fredda e finta che ricopre molti pavimenti. Ecco, la potenza della natura, quella vera, è espressa nel film in modo così realistico da trasmettere la freschezza dell'aria frizzante sulla pelle, il profumo dell'erica, il ronzio degli insetti, il campanaccio delle mucche e perfino la ruvidezza del catarifrangente di montagna sempre esposto agli agenti atmosferici, rendendo ancora più tangibile l'assenza di tali sensazioni qui. E ricordandomi come sia assurdo chiamare natura il verde ricreato artificialmente in un ambiente che, lasciato a sé, in breve tornerebbe a essere deserto.

In varie scene mi sono chiesta se alcuni dettagli che per me erano bellissimi e segno di storia e tradizione, potessero essere colti appieno da tutto il pubblico presente in sala abituato alla modernità di Dubai. Mi è venuto da ridere in un momento nel quale ridere era assolutamente fuori luogo, vedendo il separé segnato dal tempo fra i balconi degli ospiti della clinica: per una qualche veloce associazione di idee sono passata dal pensare a Dubai e alla sua gente, al ricordare un ex-collega americano che, in visita a Roma tanti anni fa, trovava tutto sempre vecchio. Apprezzò giusto l'altare della Patria e trovò pace solo quando alla fine, disperati, lo portammo al MacDonald's di Piazza di Spagna.

Anche il travestimento da Hitler del personaggio dell'attore (e il successivo percorso che lo porta ad abbandonare il ruolo) mi ha fatto riflettere, e non poco, soprattutto a fronte del sussultare indignato degli altri pazienti della clinica, nel film; reazione per noi a dir poco ovvia. L'esperienza di vita a Dubai mi fa invece dubitare che tutti, in tutto il mondo, si rendano davvero contro storicamente dell'orrore di quella parte della storia d'Europa. Qualche anno fa una nota catena di palestre di successo fece un lancio pubblicitario, qui a Dubai, direi disgustoso, con uno slogan che prometteva di perder peso come in un campo di concentramento (con tanto di foto del famigerato cancello di Auschwitz). Lo scandalo presso la popolazione, soprattutto occidentale, fu grande e ovviamente la campagna fu ritirata immediatamente. Ma le palestre hanno comunque aperto e riscosso successo. Nel corso delle polemiche sui giornali e dei discorsi con amici e conoscenti, mi ha molto colpita, all'epoca, rendermi conto di come non tutti siano informati appieno e di come Hitler, per alcuni popoli asiatici, sia quasi esclusivamente una macchietta simbolo di severità e iper-efficienza organizzativa, ma niente di più. Al punto che è comune affibbiare in modo scherzoso, e senza alcun intento offensivo, il nomignolo di Hitler a un parente o a un amico particolarmente rigido intellettualmente. Cosa che sarebbe impensabile e gravissima per noi: figuriamoci una campagna pubblicitaria per il lancio di una palestra.

In effetti mi sono resa conto, nel tempo, di come le memorie storiche dei popoli possano essere profondamente diverse. Il discorso è infatti reciproco: anche noi ignoriamo tanto, troppo, del passato degli altri popoli e soprattutto della percezione dal loro punto di vista di determinati eventi e personaggi. Chissà quante cose o sfumature a nostra volta perdiamo o non cogliamo appieno nelle opere provenienti da paesi lontani. Eventi internazionali, come appunto i festival del cinema o della letteratura, possono davvero aiutare in questo senso, soprattutto in un ambiente misto come quello nel quale viviamo.