Non andavamo a scuola in cammello

Dubai, 1994

Dubai, 1994

 

*Questo articolo è stato gentilmente concesso da Sail Magazine e tradotto in italiano

“Si trova il riso a Dubai?” Una domanda strana, certo, ma questa è stata la mia maggiore preoccupazione quella sera, quando i nostri genitori chiesero a me, a mio fratello e alla mia sorella gemella di sederci nel salotto della casa in Nuova Zelanda per discutere dell'imminente trasferimento dell'intera famiglia dall'altra parte del mondo. Sono sempre stata una persona di buon appetito e il cibo costituiva evidentemente una priorità per me quando, all'età di 7 anni, la mia famiglia si accingeva a prendere la decisione fino a quel momento più importante della nostra vita.

Eravamo a metà 1994 e, a dicembre, mia madre, i miei fratelli ed io avevamo già intrapreso il lungo viaggio che ci ha portati a Dubai passando per Brisbane, Singapore e il Pakistan, per raggiungere papà che ci aveva preceduti da sei mesi e aveva allestito la casa di Hor Al Anz per noi. Anche se sono nata in Nuova Zelanda, parlo sempre della mia infanzia e dei miei ricordi a partire dal 1994. È stato l'anno che ha segnato per me l'inizio di una vita costantemente proiettata sul viaggio, consentendomi l'immersione totale in culture diverse e insegnandomi a pensare in grande come si fa a Dubai. Posso anche fregiarmi del titolo di bambina di terza cultura, nel senso che sono cresciuta in un ambiente culturale estraneo a quello di origine dei miei genitori.

Papà aveva già effettuato il "Pellegrinaggio dell'Expat" da IKEA per arredare la villa di due piani che ci era stata assegnata dall'azienda. All'epoca sembrava di vivere all'interno del film "The Truman Show", perché non c'erano tante altre opzioni di negozi fra cui scegliere e le case sembravano tutte uguali. Chi non si trasferiva portandosi dietro un container con tutto quello che possedeva nel paese di origine, poteva o scegliere di arredare casa nel tipico stile svedese semplice e lineare o recarsi presso il grande warehouse Pinky's a Sharjah che vendeva vecchi mobili in legno. Oggi sicuramente è aumentato il numero di negozi, ma il traffico non è cambiato di molto in venti anni.

La giornata scolastica iniziava presto. Alle 6.45 del mattino il clacson del minibus fuori dalla nostra villa ci avvertiva che era ora di salire a bordo per trasportarci dall'altro capo della città, fino alla Emirates International School. La Sheikh Zayed Road aveva solo quattro corsie allora, ed era dominata dal "gigantesco" edificio del Trade Center che con i suoi ben 30 piani era il grattacielo più alto del paese, se non dell'intera regione.

A scuola celebravamo il Diwali, mangiavamo nella mensa con le finestre oscurate durante il Ramadan e preparavamo cartoline di Natale per gli amici a dicembre. Ogni anno a luglio salutavamo i compagni di classe per le vacanze estive. Alcuni tornavano a casa, mentre altri viaggiavano verso mete esotiche. Ogni volta a settembre qualcuno non tornava a scuola con noi perché i contratti dei rispettivi padri erano scaduti o perché l'intera famiglia si era trasferita in un altro paese del Golfo. È triste rendermi conto che non ho mai avuto modo di salutare davvero alcuni di loro.

Le gite scolastiche avvenivano tipicamente in uno dei musei di Sharjah; trascorrevo i giovedì sera al vecchio Dubai Exiles Rugby Club, sede degli allenamenti della squadra di mio fratello. Durante i fine settimana caricavamo l'automobile con costumi e accessori da mare e mamma ci portava a trascorrere la giornata all'Al Mamzar Park. Era lei che si occupava di recarsi fisicamente a pagare le bollette di acqua ed elettricità alla Dewa e quelle del telefono all'Etisalat. Erano lontani i tempi del banking on-line, ma grazie agli sportelli per sole donne non trovava mai file eccessivamente lunghe.

Mi ricordo di quando andammo all'Al Ghurair Center in occasione dell'inaugurazione del primo McDonald della città o di come percorrevamo in lungo e in largo i vasti corridoi del Deira City Center appena aperto. Il Global Village all'epoca era una piccola fiera di paese sul Creek e il nostro cinema era nel parco di divertimenti di Al Nasr. Titanic era un film talmente lungo che c'era una pausa fra il primo e il secondo tempo.

Vivere a Deira significava avere la possibilità di frequentare le case dei nostri vicini emiratini in occasione di matrimoni, cenando con loro. La casa nella quale si svolgevano le celebrazioni era riconoscibilissima dalle luminarie che la ricoprivano da cima a fondo. Mi ricordo in particolare di un matrimonio durante il quale la banda suonò la Macarena e noi tutte a ballare, dopo le foto di rito con la sposa sul palco matrimoniale.

La mia infanzia è stata completamente diversa da quella che avrei potuto vivere rimanendo in Nuova Zelanda, cosa di cui sono per molti versi grata perché mi ha offerto un'infinità di opportunità diverse. Dubai, nel corso di tutti i cambiamenti che ha attraversato, mi ha insegnato che pensare in grande è possibile e che le somiglianze e affinità che ci uniscono tutti sono di gran lunga maggiori delle differenze che ci separano.

Fra tutte le incredibili trasformazioni ed evoluzioni vissute da questa città attorno a me, una costante rimane invariata: sono sempre quella ragazzina "kiwi" dall'appetito robusto, ma ora so mordere la vita con gusto.

Mashkhoor Dubai.