Dubai e le sue etichette

Quali sono le ultime parole di un libanese che cade in una palude piena di coccodrilli? Lacoste! E la sapete quella del ragazzo emiratino che va a studiare a Londra? Scrive al padre: "Papà, qui vengono tutti a scuola in metro e io mi sento in imbarazzo ad arrivare con la Rolls e l'autista". Il padre gli risponde a stretto giro di posta: "Non ti preoccupare figlio mio: ho appena comprato la metro di Londra così ora non ti sentirai più inferiore a nessuno!".

Di barzellette così, che prendono in giro bonariamente gli atteggiamenti e i luoghi comuni delle varie nazionalità presenti in questo gran calderone che è Dubai, ne ho sentite davvero tante, spesso raccontate con ironico autocompiacimento proprio dai diretti interessati.

In effetti, per orientarsi nella diversità è facile scivolare nelle etichette: i libanesi sono appunto modaioli, esteti, vitali, amanti del bello e convinti di essere più parigini dei parigini anche quando non hanno mai messo piede in Francia; gli arabi del Golfo munifici e generosi, eccessivi al confine con il kitsch; gli egiziani molto simili a noi, ma donne! Attente ai ragazzi che sembrano aperti e moderni nel corteggiamento salvo poi trasformarsi in mostri retrogradi dopo il matrimonio; i francesi molto uniti fra loro, ma chiusi verso gli altri anche perché, si sa, non parlano bene l'inglese; i filippini ci irritano di proposito con quel tono di voce cantilenante e sono tutti bugiardi, ma buoni con i bambini; gli indiani hanno un accento buffo, dondolano la testa e fanno i finti tonti per sopravvivenza, sì, ma che fatica l'interazione quotidiana! Gli inglesi sono repressi e ricorrono all'alcol e alle freccette per sciogliersi; gli olandesi hanno invaso l'Oman e amano la natura, per il resto non pervenuti; le ruropee dell'Est temibili concorrenti sempre in caccia di un marito ricco anche a costo di convertirsi a un'altra religione; le iraniane cucinano bene e vanno tutte dallo stesso chirurgo plastico... e chi più ne ha più ne metta.

E di noi cosa si dice? I primi tempi, appena arrivati qui, quando dicevo Italia mi rispondevano Totti, poi, superata la fase inevitabile del Bunga Bunga, le frasi scherzose più ricorrenti sono diventate quelle sulla mafia. Intesa non come la terribile organizzazione criminale che è, ma come attitudine, gruppo sociale, comportamento tipo clan. Naturalmente queste battute ci urtano: il sentimento di fastidio dovrebbe aiutarci a cercare di evitare di cadere nel pregiudizio a nostra volta verso gli altri.

Quando mi fanno riferimenti di tal genere, io prendo un paio di respiro profondi, poi pacatamente spiego cosa sia esattamente la mafia; in generale, da come le persone rimangono colpite, riscontro che non c'era cattiveria o malizia, ma il più delle volte banale e involontaria ignoranza basata per lo più sui vecchi film "Il padrino". Sono anche convinta che stia a noi italiani presenti all'estero comportarci fra di noi e con gli altri in modo tale da contribuire a sfatare certi miti sui nostri modi di fare. Poi, beh, quando mi chiedono come mai la bambina sia chiara di capelli con gli occhi verdi, o come mai qualche mia amica italiana sia bionda o alta, perché secondo l'immaginario comune gli Italiani sono tutti piccoli e scuri, lì mi cadono le braccia.

Quando mi riprendo, mi inorgoglisco pensando a quanto dobbiamo apparire particolari noi mediterranei rispetto ad altri popoli, con la nostra enorme varietà di colori e lineamenti, e a quanto ricco sia il nostro passato che ci ha portati a mescolare di tutto nella genetica, che a sua volta riflette l'enorme ricchezza nell'arte, nella cultura, nella storia... e mi chiedo se, chissà, un domani anche qui emergeranno caratteristiche fisiche nuove a testimonianza del continuo interscambio culturale in atto: forse a quel punto le etichette e i luoghi comuni non saranno più necessari e torneremo tutti a essere, semplicemente, persone, ciascuna con pregi e difetti individuali.