Libri: l'Isis spiegato da Nicholas Hénin

Di recente, a seguito degli eventi terroristici che hanno scosso tutti, mi sono ritrovata a risfogliare virtualmente sul mio iPad un libro molto interessante, che avevo acquistato su Amazon e letto qualche tempo fa senza però coglierne appieno le sfumature. Si tratta di “Jihad Academy” di Nicholas Hénin. Nicholas Hénin è il giornalista francese, inviato di guerra, preso in ostaggio qualche anno fa dall’ISIS; a differenza di James Foley, il compagno di prigionia la cui decapitazione è stata ripresa su un video purtroppo circolato su internet, si è salvato insieme ad altri due colleghi connazionali grazie agli sforzi diplomatici del proprio governo.

Il libro è stato scritto originariamente in francese e tradotto in inglese da Martin Makinson. Non mi risulta che al momento esista la versione in italiano. Penso quindi sia utile condividerne i contenuti sintetizzati in italiano con la nostra comunità di Dubai per l’attualità degli argomenti trattati e per la presa di posizione considerata da molti “controcorrente” e scomoda, ma sicuramente interessante, con la quale viene analizzata la situazione in corso.

La prigionia di Hénin è durata quasi un anno: un tempo sufficiente per osservare dall’interno le dinamiche dell’ISIS grazie anche ai discorsi ascoltati e alle conversazioni dirette avute con i suoi carcerieri, anche di alto rango, alcuni dei quali parlavano fluentemente francese e inglese.

In una situazione nella quale oramai le vite perse delle singole persone sono solo cifre statistiche prive di anima e difficili da “sentire” pienamente, il giornalista ha scelto di evitare di raccontare la propria esperienza di prigioniero (seppur dura e traumatica ma di facile presa sul pubblico) e di sfruttare quanto ha vissuto direttamente per cercare di tracciare un quadro completo di ciò che è accaduto e sta accadendo in quella zona di mondo intrappolata in una orrenda spirale di politica e violenza.

Hénin parte dalle radici: la distruzione in corso in Iraq e Siria, culle della civiltà, che si ripercuote inevitabilmente anche nel nostro mondo. Per lui l’ISIS non è la causa all’origine di tale distruzione, ma il sintomo: è la febbre, che non va alimentata lasciandosi vincere dalla paura e dagli isterismi. La malattia vera è altrove ed è iniziata con quella che viene definita la “autostrada della Jihad” dei combattenti musulmani di Iraq e Siria accorsi a difendere l’Iraq di Saddam Hussein contro l’invasione statunitense, con il beneplacito di Assad che “odiava gli Stati Uniti più di quanto odiasse Saddam”; autostrada che guardacaso, sottolinea Henin, coincide proprio con l’attuale fascia di maggiore influenza dello Stato islamico.

Il processo è iniziato nel 2003; nel 2011, quando le forze USA hanno lasciato un Iraq estremamente frammentato e indebolito internamente, sono partiti i primi segnali di rivolta pacifica contro Assad al confine.

In questa situazione di vuoto e fragilità politica in entrambi i paesi, l’ISIS, costola di Al Qaeda, ha preso il sopravvento. Quasi come nelle puntate romanzate della serie televisiva Tyrant, sotto gli occhi di tutti si svolge il conflitto fra le forze di Assad, che cerca disperatamente di mantenere il proprio potere, e l’ISIS che mira a stabilire il Califfato religioso nella regione.

Nemici-amici, però, secondo Hénin. Perché se è vero che in diverse occasioni l’ISIS ha combattuto contro l’esercito siriano, il numero delle battaglie effettive (citate in dettaglio nel libro) rimane comunque stranamente esiguo rispetto all’atroce quantità di morti e sfollati in oltre metà del paese.

In parallelo i bombardamenti dell’esercito siriano si sono concentrati sulle zone intensamente popolate da civili risparmiando le sedi principali dell’ISIS, che hanno subito il bombardamento da parte degli Americani ma non dell’esercito siriano.

A questo si aggiunge il petrolio che continua a scorrere ed essere scambiato fra i territori controllati dal Califfato e dal regime di Assad con proficui interessi economici reciproci. Anche questi eventi ed aspetti sono accuratamente descritti e documentati nel libro a corroborare la convizione del giornalista.

Il perché di questa complicità nemmeno tanto occulta, secondo Hénin, risiede nel fatto che Assad sta deliberatamente usando l’ISIS come spauracchio per consolidare il proprio potere in Siria (meglio lui che la minaccia del Califfato) e che quindi gli conviene che il gruppo terrorista continui a operare.

Hénin procede poi a dettagliare con altrettanta precisione la violenza di Assad contro la sua stessa popolazione ed elenca gli appelli e le richieste di aiuto per porre fine ai massacri rivolti alla comunità internazionale da parte dei “ribelli” del regime e degli osservatori, rimasti inascoltati, a seguito dei quali un Assad imbaldanzito avrebbe intensificato in termini di frequenza e aggressività gli attacchi (armi chimiche comprese) sulla propria popolazione.

Quindi la tesi di Hénin è che continuare a concentrare le nostre paure sull’ISIS e non su Assad significa fare proprio il gioco del dittatore, ben consapevole secondo il giornalista del fatto che è molto facile per noi essere spaventati da un branco di pazzi scatenati ossessionati da internet e dalla presenza sui Social (controllata febbrilmente dopo ogni attentato o video rilasciato in rete), che sventolano sciabole e disseminano terrore, per poi accettare un regime lontano che, almeno in apparenza, non ci minaccia direttamente a casa nostra, come invece fanno i terroristi. Regime che può quindi continuare a operare indisturbato favorito proprio da quegli atti di terrorismo che tanto ci spaventano.

Hénin continua sostenendo che nei mesi di prigionia si è convinto del fatto che siamo tutti complici nella creazione dello spauracchio, l’ISIS appunto, l’Uomo nero alimentato dal nostro stesso terrore.

Un Uomo nero terribile ma che non si tradurrebbe mai in minaccia reale: Hénin è convinto che i Siriani e gli Iracheni non accetterebbero mai di essere assoggettati allo Stato islamico, che comunque non dispone di struttura, trasparenza e personalità adeguate a stabilire un governo vero e proprio. Il nostro terrore nasce dalla potente campagna informatica e dall’uso sapiente dei mezzi di comunicazione moderni che con video, immagini e comunicati ben mirati e ripetuti fatti rimbalzare all’infinito in rete e nelle trasmissioni televisive ci portano a credere che ci sia molto di più della semplice, anche se devastante, follia violenta priva di vera organizzazione che colpisce alla cieca. Così facendo ci lasciamo distrarre dalla vera minaccia rappresentata dal dittatore che sa come radicalizzare le posizioni: senza di lui i conflitti fra estremisti della Jihad e Sunniti si affievolirebbero automaticamente consentendo ai moderati di riprendere il controllo.