Intervista a Federico Clapis

Per chi ancora non lo conoscesse, Federico Clapis, milanese, classe 1987, è pittore, autore e performer. In Italia è diventato famoso grazie ad una singolare strategia: ha prodotto video comici che sono diventati virali, con lo scopo di raccogliere followers, fans e visualizzazioni per poi rivelare il suo vero volto, quello artistico, e promuovere le sue opere. All’apice della sua popolarità, nel 2015, subito dopo l'uscita del film "Game Therapy" al quale ha partecipato come autore e protagonista, ha infatti annunciato il suo addio alle scene dell’intrattenimento per dedicarsi invece alla diffusione dei suoi lavori su tela fino ad allora tenuti nascosti.

In attesa di vedere una sua mostra a Dubai, Federico ci racconta la sua arte e ci spiega come nascono i suoi lavori.

Da quanto tempo ti dedichi a queste opere?

E' iniziato tutto sei anni fa, ero a Milano a casa mia ed era un periodo in cui venivo dal crollo di tutta una serie di certezze e di identità che mi precedevano, una specie di limbo temporale di qualche mese, caratterizzato da totale neutralità e libertà dalle identificazioni sociali, lavorative, personali, che hanno caratterizzato tutta la mia adolescenza. A breve uscirà un documentario che racconterà questo, perché è particolare e può essere per qualcuno interessante. Ero in uno stato di morte di tutte le identità e ho sentito la pulsione, la più profonda e autentica: quella creativa. Il giorno dopo sono andato a comprare le tele. Ho iniziato a lavorare con i cucchiaini, per una serie che si chiama "i mangiamateria": cucchiaini che liquefavano la materia e la relativizzavano in tutte le loro forme. Per un paio d'anni ho fatto tanta sperimentazione con questa serie, che poi con il tempo mi ha portato al mio minimalismo ed anche alla mia identità espressiva, più pulita e più concisa. Mi è servito molto quel periodo.

Da dove nasce la tua ispirazione?

In realtà nel tempo mi sono accorto che l'ispirazione non esiste. Esiste solo il periodo in cui senti il desiderio di buttare fuori delle cose e invece il periodo in cui ancora le reprimi perché c'è bisogno che si metabolizzino nella tua pancia. E quando poi viene fuori il periodo in cui produci tanto, tutto viene fuori da solo. L'ispirazione ti deve trovare già al lavoro, poi da lì viene tutto... nasce da dentro, da delle esigenze di cui magari non sei neanche conscio e che poi vedi materializzarsi su tela con il posizionamento - in questo caso mio - di figure, di soggetti, che realizzo prima, a volte senza neanche sapere perché lo stia facendo, in delle determinate pose e scansioni. Poi, solo dopo, capisci il senso di tutto quello che è successo.

Come e quanto tempo impieghi a creare un'opera?

Dipende da quale serie. Ad esempio, quelle come "Actor on Canvas" sono serie che nella loro applicabilità possono essere abbastanza semplici, ma hanno un periodo di preparazione un po' lungo. Tra scansione, modellazione 3D e correzioni, passano sempre una quindicina di giorni per la realizzazione del soggetto e poi nell'applicativo spesso c'è una gestazione. Quindi una media potrebbe essere 15-20 giorni per un'opera, anche se in realtà l'atto definitivo dell'applicare i soggetti su tela impiega solo 40 minuti. Ma oltre alla preparazione tecnica c'è anche una gestazione emotiva. Solo all'inizio c'era un'idea di progettualità su delle opere, adesso è quasi tutta gestazione emotiva che viene poi buttata fuori su tela. E quando arriva il momento giusto la statua trova la collocazione e l'interazione con un altro soggetto o un altro oggetto sulla tela. Poi, non a caso, è quello che in quel periodo mi raffigura maggiormente in stati interiori consci o subconsci. Se proprio serve un timing, 15 giorni o un mese, ma in realtà un quadro magari a volte sta a "macinare" per 6 mesi e poi trova la sua collocazione. E' molto empatica come cosa, più che tecnica.

Qual è la creazione più importante e significativa per te? Generalmente sempre l'ultima, perché è quella per me contemporanea. Tutte le altre - nel momento in cui esistono - è perché hanno appena esorcizzato un qualcosa e più passa il tempo, più quell'esorcismo continua ad agire e si affievolisce. Fino a quando qualcuno non prende l'opera ed inizio a lavorare su quella seguente.

Cosa pensi dell'arte qui negli Emirati?

Credo che debba arrivare Clapis! (ride, ndr)

Come credi che verrebbe accolta una tua mostra qui a Dubai?

Non ne ho la minima idea. Perché non conosco quel mercato. Diciamo che non esiste un'etnia, una nazione o cultura più o meno incline all'introspezione. Ci sono solo le persone. E in quelle che sono abbastanza inclini ad aprirsi, vedo che queste opere danno sempre qualcosa, al di là da dove vengano. Quindi non ho una idea precisa se queste opere possano funzionare in un continente piuttosto che in un altro. Ci sono le persone e basta.

Immagini saresti più compreso qui all'estero rispetto all'Italia? Una maggiore fama?

Ma non lo so. Credo che esterofilia sia un mito un po' per tutti. Quello che viene da fuori lo vedi sempre con un occhio meno scontato di quello che viene dal tuo paese. In Italia funziona così, tendenzialmente l'erba del vicino è sempre più verde. Quindi magari c'è quell'effetto, psicologicamente. Ma nell'atto più intimo e profondo dell'essere umano, ripeto, se c'è una persona aperta davanti a quell'opera, allora gli arriva, altrimenti può piacere o non piacere, ma diventa solo una cosa psicologica. Chiaro che a me dia stimoli uscire da un paese ed è quello che voglio fare. Non tanto per snobismo verso l'Italia, ma perché ne ho bisogno anche io umanamente e personalmente.

Mi hai detto di aver sempre scelto un pubblico di nicchia, faresti lo stesso anche qui negli Emirati o lasceresti spazio ad un pubblico più ampio?

Scelgo un pubblico di nicchia solo per l'aspetto commerciale, perché dal punto di vista di mercato mi arriva solo una nicchia, rispetto ai grandi numeri che ho. Inevitabilmente si crea sempre una nicchia nell'arte. Mi riferisco ai grandi numeri dell'intrattenimento: poi, quando li si sposta sull'arte, è chiaro che chi è realmente interessato, i fedeli, risultino di meno. Questo è quello che intendo come nicchia. In realtà sono aperto a tutto il pubblico interessato all'arte contemporanea. Non seleziono la fascia, si crea automaticamente, non solo per le mie opere, ma per l'arte in generale.

Vedi sbocchi e opportunità di crescere a livello artistico, portando una tua mostra qui a Dubai?

Sì, se fatta con le persone giuste, sì. Come in tutti i paesi. Però Dubai è un paese che mi attira molto sotto tanti versi, e come in tutti, se si fa una mostra, bisogna farla con la comunicazione giusta, su un giro di gente che apprezza, acquista, sostiene. Non tanto per dire di "aver fatto la mostra a Dubai" di per sè. Concretamente deve portare dei risultati, non necessariamente in termini economici, ma anche in termini di profilazione. Insomma, non deve essere una parata, altrimenti si investono inutilmente delle energie...e le mie opere sono anche impegnative da trasportare.

Clapis all'opera

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Grace

Da quando è a Dubai ha scoperto di essere una accumulatrice seriale di conchiglie.