Expat vs Maid

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E' novità di qualche giorno fa che i rapporti tra Emirati Arabi e Filippine si sono distesi ed è stato firmato un accordo per eliminare il divieto ai lavoratori domestici, in vigore ormai da diversi anni, di venire qui. In altre parole, è ora possibile, sia per le famiglie che per le imprese di pulizie, assumere direttamente le ragazze nelle Filippine.

Una buona notizia, che forse toglie un po' di problemi - almeno parte di quelli legati alla tratta degli esseri umani - alle circa 200mila ragazze, ovvero il 20% dei migranti dalle Filippine, che lavorano qui come domestiche: migliaia di giovani donne che lasciano il proprio paese d'origine, quasi sempre figli piccolissimi, e partono.

Dovrebbe essere scontato ricordarsi che la maggior parte di loro hanno alle spalle vissuti difficili, che arrivano qui spinte dalla povertà, che si ritrovano a vivere sole, lontane dai propri affetti, e che frequentemente sono vittime di tratta. Ma evidentemente la maggioranza delle persone che vivono qui se lo scordano.

Gli amici che vengono a trovarci a Dubai si stupiscono sempre nel sentire quanto tempo dedicano le expat - sì, principalmente le donne - al "discorso maid". E, soprattutto, con quali toni parlino delle ragazze che si prendono cura, e spesso educano, i nostri figli, ci permettono di non doverci occupare della casa, di uscire la sera, di realizzarci sul lavoro. Una immensa risorsa, possibile perché il costo di una maid living in è molto minore qui che nella maggior parte degli altri paesi del mondo. Detto in altri termini, a Dubai ce lo possiamo permettere.

E allora non si capisce davvero che cosa accada nella mente delle expat di Dubai, in genere non subito, ma dopo qualche anno che vivono qui. Così, immancabilmente, ad ogni cena tra amici, nel bel mezzo di un brunch, all'uscita da scuola, a una colazione tra amiche e ovviamente su tutti i gruppi Facebook, parte il disco su quanto sia giusto pagarle (tra i leitmotiv "se la paghi troppo sfalsi i prezzi del mercato" e "se chiedono 3000 aed al mese sono delle arroganti"); sul fatto che due giorni di riposo a settimana per loro siano troppi (chissà poi perché, quando la maggior parte di noi ha due giorni di weekend e dopo una giornata intera con i bambini non ne può più...beh probabilmente è proprio questo il motivo) e perfino su che cosa e quanto debbano mangiare. Eh sì, il vitto in genere è incluso nel contratto di lavoro, ma se chiedono qualcosa di diverso da riso, noodles precotti e scatolette (peraltro quasi sempre accompagnati da commenti del tipo "ma che schifezze mangiano!") o se si azzardano a prendere un cioccolatino, la carne o il pesce dal nostro frigorifero, non va più bene.

Per non parlare delle limitazioni alla loro vita privata: niente telefonino durante l'orario di lavoro (e chi di noi non fa pausa guardando Facebook, un video oppure controllando la posta elettronica?), divieto di dormire fuori (forse non hanno diritto, come tutti, ad una vita sociale, agli amici o a un fidanzato? Sì, anche ad una vita sessuale, come ognuno di noi), oltre a disquisizioni varie e polemiche su quanto stiano attaccate a Skype o al telefono. 

E poi l'infinita pioggia di discorsi sulle competenze: oltre ovviamente a saper pulire perfettamente e a stirare senza lasciare una piega, devono essere anche pedagogiste, un po’ infermiere e un po' psicologhe, devono possibilmente cucinare all’europea e saper aiutare i bimbi con i compiti. Si chiede tutto, a ragazze che arrivano dai villaggi più arretrati dei loro paesi di origine, che non hanno di certo avuto la possibilità di studiare e alle quali non viene fatto nessun training. 

E a chi prova a dire "ma che cosa state dicendo? Che cosa sono questi discorsi?", arrivano in risposta sempre i soliti, vuoti luoghi comuni: "basta con il politically correct", "non vanno difese solo perché guadagnano poco", "se dai loro una mano si pigliano tutto il braccio". 

E' forse questa città che appanna la mente? Che fa dimenticare che tutti noi siamo persone, esseri umani ed umani, con gli stessi identici bisogni?