Donne svelate

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Un tema importante, del quale non si parla spesso da questa parte del mondo: “Donne come agenti di cambiamento per costruire una società migliore”. E’ il workshop che si terrà oggi, 14 giugno, a Doha e che coinvolge imprenditrici, opinioniste, manager e anche una reginetta di bellezza. L’appuntamento è organizzato dalla Qatar Professional Women's Network (Qpwn), un network e uno spazio di confronto (fondato nel 2010 da una expat americana) tra donne provenienti da tutto il mondo. Al centro del dibattito c’è il ruolo della donna nella società, a tutto tondo: dai cambiamenti sociali in atto, alla conciliazione del lavoro, della famiglia e della vita di coppia. Un’occasione di riflessione, per noi che viviamo qui; da seguire, per chi non è a Doha, attraverso il sito web della Qpwn (l'iscrizione al network è aperta a tutte). Diciamo la verità, appena arrivati abituarsi al velo nero che copre il corpo, e a volte anche il viso delle donne, non è facile. A Dubai, dove oltre l’80% della popolazione è straniera, si mescolano donne provenienti da molti Paesi musulmani: Egitto, Marocco, Tunisia, Algeria, Siria, Giordania, Turchia, Iran, Libano, Arabia Saudita, Barhein, Qatar. C'é chi porta il niqab, che lascia intravedere solamente gli occhi (tipico di Arabia Saudita e Yemen), chi il chador (usato in Iran), chi l'abaya, che lascia il volto scoperto (indossato nei Paesi del Golfo), chi ha solamente la testa e il collo coperti da un foulard, l'hijab (tipico dei paesi del Nord Africa), mentre le donne più anziane, sempre qui nei Paesi del Golfo, usano spesso una mascherina di cuoio che altera i lineamenti. Subito non si può fare a meno di provare sentimenti contrastanti, curiosità, stupore, rabbia anche: donne nascoste, private di una parte di sé, della libertà di esprimere la propria femminilità e personalità?

Occorre però fare uno sforzo per capire, abbandonare tutti i pregiudizi e cominciare ad osservare. E allora si vede qualcosa di molto differente. La naturalezza con cui il velo viene indossato, che non è dovuta solamente all'abitudine di usarlo tutti i giorni, la disinvoltura con cui le donne scostano il velo per bere o mangiare, i preziosi ricami delle stoffe, gli occhi truccati anche dietro il niqab, i disegni con l'henné che ornano le mani e le braccia.

Il velo, come insegna anche la storia, è prima di tutto un segno distintivo, di identità. Le mogli di Maometto, nella prima epoca islamica, non lo portavano; quella di coprirsi è infatti una tradizione tribale, non religiosa. Il velo, spesso considerato in Occidente uno dei principali simboli dell'oppressione femminile legato alla religione, è in realtà un'usanza culturale dei popoli conquistati da Maometto nella penisola arabica, dunque un'antichissima tradizione pre islamica di queste zone. Non solo: le mogli di Maometto erano libere di lavorare (come Khadija, la più anziana, che era commerciante di pelli) e perfino di partecipare alle battaglie (come Aisha, la sposa più giovane, che viene descritta con il vestito sollevato e le gambe scoperte per correre a soccorrere i feriti). E' solo più tardi, sotto la dinastia degli Abbasidi (dal 750 al 1250, oltre cento anni dopo la morte di Maometto) che vennero introdotte reali restrizioni per le donne.

La parola hijab, che compare diverse volte nel Corano, ha un significato generico e si riferisce ad una tenda, una cortina, dietro alla quale può venire rivelato anche il Corano stesso. L'imposizione di rivolgersi alle mogli del Profeta da dietro un hijab, sostengono diversi studiosi, aveva motivazioni di protocollo, "politiche" e solo più tardi venne utilizzato come pretesto per giustificare forme generalizzate di segregazione, del tutto sconosciute all'Islam dell'epoca di Maometto.

Non può certo essere il velo, dunque, sinonimo né simbolo di oppressione o di ostacolo all'emancipazione delle donne musulmane. Che stanno portando avanti quella che ci piace chiamare "la rivoluzione dei rossetti". Non solo perché i loro volti, qui negli Emirati, sono sempre truccatissimi, ma perché stanno conquistando i loro spazi rispettando le loro tradizioni, seguendo i loro tempi e anche la loro religione. E affermare l'identità musulmana, coprendosi col velo, non significa affatto rinunciare alla propria realizzazione e ai propri diritti. Al contrario, il velo crea lo spazio, la dimensione per affermare se stesse, in tutti i campi, professionali o sociali. Le donne, da questa parte del mondo, fanno eccome le loro battaglie e conquiste. Ma con il velo in testa.