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Guardando oltre le uniformi

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Guardando oltre le uniformi

Circa otto mesi fa mi sono trasferita a vivere a Nyuad, una comunità conosciuta per essere una delle più multietniche del mondo. Durante gli ultimi sei mesi, ho lentamente sviluppato la sensazione di non essere riconosciuta in questa comunità, a causa di una situazione ricorrente. Mi sono presentata ad alcuni compagni di classe mentre indossavo il mio abaya e il mio hijab. Qualche giorno dopo, quando ho rivisto le stesse persone mentre mi allenavo con abbigliamento da sport, le stesse persone non mi hanno riconosciuta. Questo mi è successo diverse volte. Ogni volta che salutavo qualcuno, mi dovevo presentare di nuovo, con conseguente sguardo sorpreso e imbarazzato della persona in questione nel momento in cui finalmente mi riconosceva. Alla fine, mi sono talmente abituata a questa situazione che dopo che mi presento e qualcuno non mi riconosce, dico sempre: “non mi hai riconosciuto perché indossavo l’abaya”.

Per un po’ questa situazione ricorrente mi ha fatto sentire a disagio con me stessa e con la mia identità. Ho iniziato a notare quante persone distogliessero l’attenzione da me nel momento in cui i loro occhi incrociavano il tessuto nero del mio mantello, come se non ci fosse nulla di interessante in me, come individuo, ma contasse solo il mio aspetto culturale. Tuttavia, questo mi ha fatto capire anche, come la gente apprezzasse la mia presenza una volta che riuscisse a guardare oltre le proprie percezioni su quel “monotono” e “sempre uguale” abaya. Questo mi ha resa più forte e sicura; mi ha ricordato che non è colpa mia se molte persone mi vedono attraverso i loro pregiudizi.

La reazione e i pensieri che ho avuto in seguito a questa situazione, mi hanno spinta a pensare a tutte le persone che vediamo ogni giorno indossare uniformi. Personale della security, camerieri, addetti alle pulizie e lavoratori edili – in particolare i lavoratori edili – sono spesso ignorati da molti, come se fossero solo un rumore di sottofondo nella propria quotidianità. È quasi come se la mansione che ricoprono prevalesse sull’identità che ogni individuo possiede.

Ho avuto un professore che, tra i primi lavori, ci ha assegnato l’incarico di andare ad incontrare e conoscere la persona della Security del turno mattutino nell’edificio principale del campus universitario. Molti dei miei compagni di classe pensavano che questo potesse invadere la sua privacy o fosse un atteggiamento falso nei confronti di quest’uomo, ma per me questo esercizio ci stava spingendo a rompere le barriere che il nostro pregiudizio verso le uniformi aveva creato. Ho conosciuto il nome di questo gentiluomo, ho saputo che era originario del Pakistan e che lavorava nella mia università da circa cinque anni. Ho anche capito che era riservato, ma molto spiritoso e che aveva un paio di amici che vivevano a Sharjah.

Le uniformi non impediscono ad un individuo di esprimere la propria individualità. È la percezione della gente di una persona in uniforme che la priva della sua individualità. Derek Jarman, nel suo film Blue, dice: “Se le porte della percezione fossero pure, allora tutto verrebbe visto così com’è”. A me piace pensare che le porte della percezione siano invece bloccate solamente dai nostri pregiudizi e stereotipi, e aprirle significa percepire le cose, e in questo caso le persone, oltre le loro uniformi o il loro abbigliamento. L’unica cosa che dobbiamo fare è trovare le serrature delle nostre porte.

Maitha è una studentessa di 17 anni della New York University di Abu Dhabi, specializzata in Scienze Politiche. È anche un'atleta della Sharjah Women Sports Foundation e della squadra nazionale di tiro con l'arco degli Emirati Arabi Uniti. Ha un innegabile amore per la lettura, che si tratti di poesie, romanzi o articoli. Nel suo viaggio di ricerca di se stessa, spera di ispirare le altre persone e diffondere del buono lungo la sua strada.

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