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Quel fastidioso atteggiamento degli expat di Dubai

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Quel fastidioso atteggiamento degli expat di Dubai

Per la sua natura di gran calderone di culture ed etnie di ogni ceto e provenienza, Dubai rappresenta per l’expat una occasione importante di crescita personale, anche e soprattutto in termini di pazienza, rispetto e tolleranza verso gli altri. Qui il “razzismo”, inteso in senso lato come fastidio specifico verso questa o quella caratteristica umana, può venire del tutto curato: se non altro per spirito di conservazione, nel senso che non è possibile vivere quotidianamente prendendosela con qualcuno per qualcosa. Oppure si cronicizza e si esaspera, perché la continua esposizione all’agente urticante alla fin fine logora anche i migliori, soprattutto nei momenti di stress, che qui non vengono certo risparmiati a nessuno.

Ognuno di noi ha, in grande o in piccolo, delle preconcezioni e dei pregiudizi che lo rendono in maggiore o minore misura, “razzista”. Senza entrare nel merito del razzismo vero e proprio che non voglio proprio toccare in questo post, ci sono comportamenti o aspetti caratteriali spesso semplificabili, in modo estremamente superficiale ma immediatamente riconoscibile, per categorie umane, accentuati per forza di cose, nel bene e nel male, da questa città: c’è chi non tollera l’atteggiamento da eterna vittima, o l’incompetenza, di alcune tipologie di lavoratori; chi si infastidisce davanti alla bigotteria (non necessariamente religiosa) di alcuni, e chi invece guarda male a quella che viene percepita come eccessiva libertà di usi e costumi occidentali; chi non sopporta i vegetariani o i vegani e chi considera incivile chi mangia certi tipi di carne… e chi più ne ha più ne metta.

Sicuramente un aspetto di me che può dare fastidio a molti è il mio retaggio radical-chic-pariolino, del quale sono pienamente consapevole: a volte si acquieta, ma è immediatamente risorto più bello e superbo che pria non appena sono planata, dieci anni fa, nell’esuberante coacervo di coattume che è e che era Dubai. Infatti, qui sono stata sin dall’inizio costantemente esposta alla mia bestia nera per antonomasia: l’arricchito ripulito, anzi a malapena spolverato con una passata di pompa da giardino, che a Dubai spopola e soprattutto ha spopolato nel decennio passato.

Non parlo di chi è venuto, come la maggioranza di tutti noi, per lavorare sodo, mettere soldi da parte e creare un futuro migliore per i propri figli, vivendosi nel frattempo appieno l’esperienza sociale e culturale offerta dal paese e magari concedendosi qua e là qualche sfizio per il proprio piacere personale, compatibilmente con i propri mezzi. Parlo di quelli approdati con l’atteggiamento del colonialista bianco fuori tempo massimo; di chi è venuto da padrone, credendosi Dio sceso in terra, senza nessun rispetto per gli altri e in particolare per le categorie di lavoratori meno fortunati, che al primo accenno di crisi ha abbandonato le macchine, gli animali domestici, le donne di servizio e gli operai senza passaporto ed è scappato come un ladro, indebitato fino al collo, con i gioielli nelle mutande e la coda fra le gambe; di quelli che hanno fatto dell’apparire, grazie anche al fiorente mercato dell’usato, la propria ragione di essere; di chi ha il macchinone con la targa in codice binario ma non presta attenzione alle elementari norme di sicurezza e causa incidenti mortali per strada, o ha personale di servizio in casa e tratta tutti da schiavi facendo le pulci al singolo dirham che viene pagato (anche in caso di beneficenza!)… per poi ammazzarsi a gomitate ai buffet “all you can eat” o farsi prendere dalla crisi di nervi al comparire delle colonnine di pagamento nei parcheggi che sinora erano gratuiti; o di quei proprietari di casa che, al primo accenno di riduzione degli affitti, si sono trasformati da grrAndi investitori nel settore immobiliare (da leggersi qui con il tono di voce di Guzzanti/venditore di quadri televisivo che proponeva le croste dello Staccolanana, “un grrAnde protagonista del Novecento”) in nervosi azzeccagarbugli pronti a saltare alla minima ipotesi di lamentela da parte dell’inquilino di turno. E così via.

Devo dire che gli Italiani non sono fra coloro che mi vengono in mente quando penso a questa tipologia di persone che mi risulta tanto molesta. Non so se ciò dipenda da un innato senso del ridicolo e dell’autocritica che ci porta a un maggiore ritegno rispetto agli altri, o dal fatto che in realtà l’ondata di Italiani a Dubai è avvenuta in epoche successive al boom iniziale, nel quale veramente si è visto di tutto. Probabilmente entrambe le cose. Ad ogni modo, sicuramente per me la parte migliore di questa fase di innegabile transizione da “dream economy” a economia reale che sta vivendo l’emirato da qualche tempo a questa parte consiste nel fatto che ci stiamo liberando di molti di loro. Anche chi arriva ora, arriva con premesse diverse, aspettative diverse e un diverso livello di umiltà e serietà rispetto al passato. Posso insomma sperare che il mio snobismo torni presto a placarsi per godere solo del meglio che questa città ha da offrire.

Nata a Roma, una laurea in Ingegneria meccanica biomedica, dopo una carriera in multinazionali del settore IT lavora da parecchi anni come traduttrice professionale free-lance. Ha un diploma in Interior design ed è fra le prime socie fondatrici del Club Soroptimist International Gulf-Dubai, il primo in assoluto in questa parte di mondo. Ama Dubai con tutte le sue contraddizioni, anche perché qui è nata la sua bambina ed è qui che sono stati adottati tre dei cinque gatti che compongono il suo nucleo familiare. Desidera condividere le proprie esperienze in questa città a volte stancante, ma sempre sorprendente, con gli expat, Italiani e non, che continuano ad arrivare a Dubai.

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