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La felicità di Dubai: illusione o realtà?

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La felicità di Dubai: illusione o realtà?

È facile ironizzare sul concetto di felicità espresso in forma di classifiche come va di moda adesso, usato per definire come si viva nelle varie città e nei vari paesi del mondo, soprattutto quando in quello che ci ospita è stato addirittura istituito un Ministero per la Felicità orientato a promuovere uno stile di vita e lavorativo comune improntato alla positività.

Senza scomodare i filosofi o Lucio Dalla, gli appassionati della serie “Doctor Who” avranno sicuramente associato gli “smiley” presenti un po’ ovunque ultimamente agli Emojibot, i robot di pattuglia delle variazioni di umore degli esseri umani che, grazie a una intelligenza artificiale progressivamente fuori controllo, arrivano a eliminare fisicamente chiunque non abbia stampato il sorriso in faccia, creando un circolo vizioso di sterminio e paura che solo The Doctor riuscirà a fermare (mi pare addirittura di ricordare una trama simile in un Topolino della mia giovinezza, ma potrei confondermi). Scenari apocalittici, riflessioni filosofiche e battute ciniche a parte, cosa c’è dietro questa “ricerca della felicità” che – sarà mica un caso? – compare fra i diritti inalienabili citati nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, insieme al diritto alla vita e al diritto alla libertà?

Cosa significa “felicità” a Dubai? Di sicuro qui si viene da più parti del mondo alla ricerca, appunto, di possibilità diverse, nuove, per molti inesistenti nei paesi d’origine, soprattutto di questi tempi. Vale la pena sottolineare che gli Emirati sono al primo posto nella classifica della cosiddetta felicità fra i paesi del Medio Oriente e mediamente piazzati in modo di gran lunga migliore rispetto alle altre nazioni dalle quali proviene la stragrande maggioranza di espatriati. Se per felicità si intendono fattori importanti per la qualità della vita come condizioni di accesso a sanità, istruzione, casa, lavoro, servizi, sicurezza e forse anche condizioni climatiche, tenendo sempre ben presente che tutto è relativo, per molti sicuramente questo è un posto, se non felice, con buone prospettive di felicità, perlomeno in termini di speranza.

Certo molto dipende da dove si proviene, da cosa ci si aspetta di trovare, da come si arriva qui e da come ci si gestisce. Per tanti gli Emirati si sono trasformati da sogno a incubo, un vero e proprio tritacarne, e determinati aspetti della società per noi emotivamente pesanti da comprendere in questo paese, si superano a volte solo con la consapevolezza razionale che qui siamo tutti ospiti, di passaggio, il che automaticamente ci porta a essere meno “impegnati”, a prendercela di meno per cose che magari in patria ci risulterebbero intollerabili. Qui si viene e si rimane per quanto possibile per sopravvivere e per vivere costruendo un futuro per sé e per i propri figli, in un clima di accettazione e tolleranza reciproca spesso superiore a quello che si trova altrove, in questo mondo balordo oramai dilaniato da conflitti e incomprensioni.

Concentrandosi ciascuno sul proprio orticello, senza guardare troppo oltre, si finisce con il far parte sul serio di un “bigger picture” che, con tutte le inevitabili eccezioni e contraddizioni del caso, sotto parecchi punti di vista poi tanto lontano dal concetto di felicità non è. Che si tratti di uno specchio più o meno fedele della realtà o di una illusione studiata a tavolino propagandata anche con il nostro tacito consenso, potremo capirlo forse solo un domani, quando avremo lasciato il paese, come inevitabilmente tocca prima o poi a tutti, per tornare alla vita “fuori”.

Per adesso, limitiamoci alla gratitudine di poter essere fra coloro che, anche grazie a questa città, conducono una vita soddisfacente e dignitosa in una comunità sempre viva, sempre in movimento, sempre in trasformazione.

Nata a Roma, una laurea in Ingegneria meccanica biomedica, dopo una carriera in multinazionali del settore IT lavora da parecchi anni come traduttrice professionale free-lance. Ha un diploma in Interior design ed è fra le prime socie fondatrici del Club Soroptimist International Gulf-Dubai, il primo in assoluto in questa parte di mondo. Ama Dubai con tutte le sue contraddizioni, anche perché qui è nata la sua bambina ed è qui che sono stati adottati tre dei cinque gatti che compongono il suo nucleo familiare. Desidera condividere le proprie esperienze in questa città a volte stancante, ma sempre sorprendente, con gli expat, Italiani e non, che continuano ad arrivare a Dubai.

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