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La sabbia di Dubai

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La sabbia di Dubai

“Vorrei scrivere qualcosa sulla sabbia di Dubai”, ho annunciato sovrappensiero in macchina a mio marito questa mattina, mentre attraversavamo la città avvolta nella tipica patina di polvere che accompagna i primi venti del cambio di stagione di marzo e aprile. “Interessante”, mi ha risposto laconico, mantenendo con espressione imperturbabile lo sguardo sulla strada, senza nemmeno sforzarsi di convogliare il suo sarcasmo toscano: era implicito.

Eppure, ironia a parte, la sabbia qui è un fattore dominante. È talmente presente e importante che gli speaker radiofonici di lingua inglese hanno coniato una espressione apposita da usare nelle giornate come quella di oggi, quando non si può parlare a tutti gli effetti di “sandstorm”, ma si è comunque completamente immersi nella polvere: “dusty weather”, appunto. In queste giornate la sabbia, che è una vera e propria cipria impalpabile, si infila ovunque in pochissimo tempo. Tutto, pure l’aria, si ricopre in un attimo di una patina greige, ossia quel tono di colore a metà fra il grigio e il beige caro ad Armani che ci è oramai ben familiare.

In effetti questa polvere composta in gran parte di silice, che ritroviamo a distanza di tempo ovunque, anche fra le fibre delle magliette di cotone lavate in lavatrice, tanto salutare non è. È talmente sottile che penetra con grande facilità nel naso ed è da molti considerata la causa principale della grande diffusione di allergie e problemi respiratori, anche seri, in adulti e bambini. Quando il tempo è “dusty”, l’unica difesa è uscire il meno possibile, tenere porte e finestre chiuse e, se è proprio necessario stare a lungo all’aperto, provare a difendersi con le mascherine medicali che coprono occhi e bocca.

Una mia conoscente originaria del Bahrein, appassionata di cure naturali, addirittura faceva frequenti fumenti con il tè di Kombucha, rimedio della medicina credo cinese che si faceva spedire dall’estero, perché, mi diceva, aiuta contro gli accumuli di sabbia nei polmoni. Verità o leggenda, in effetti noi facciamo pulire spesso i filtri dell’aria condizionata a casa e in automobile e ogni volta la quantità di polvere che esce è impressionante. Non oso pensare a cosa ci stiamo mangiando e soprattutto respirando.

Del resto, quanto la “cipria greige” sia insidiosa lo possiamo sentire letteralmente a pelle: in queste giornate, se non si adottano le debite precauzioni, la bocca si screpola, le linee del viso diventano più nette, la pelle appunto in generale è molto più secca: non è un caso che il “burka” dell’abito tradizionale locale fosse per le donne più abbienti una mascherina rivestita internamente di pelle imbevuta di oli e lozioni sistemata a ricoprire e proteggere occhi, naso e zigomi.

Oggi invece il segreto delle donne local è la vaselina, in voga non perché derivata dal petrolio quindi prodotto e orgoglio nazionale, ma perché con la sua consistenza è l’unica sostanza che, stesa sulla pelle pulita e idratata, riesce a creare una barriera protettiva impenetrabile per la sabbia.

Oltretutto la sabbia è abrasiva, quindi può risultare irritante. Allo stesso tempo per questa caratteristica può essere anche igienizzante: in passato veniva infatti usata al posto dell’acqua non solo per “lavare” gli abiti, ma anche nella cura della persona e nelle abluzioni rituali prima della preghiera.

Insomma, per noi che viviamo nel “sandpit” la sabbia è interessante sul serio, fa proprio parte della nostra realtà. Chi è qui da molto tempo riesce addirittura a riconoscerne l’odore (quando vivevamo a Dubai Marina dieci anni fa ero convinta che quello che annusavo di primo mattino dal balcone al ventisettesimo piano fossero gli scarichi della centrale termoelettrica; solo molto più tardi ho capito che era invece il tipico “profumo del deserto”).

E se gli Inglesi hanno un’infinità di espressioni per definire le varie sfumature di pioggia e gli Irlandesi vantano le leggendarie 40 sfumature di verde, anche noi qui negli Emirati ci difendiamo bene con le nostre tre sfumature di greige (chiaro, medio e scuro) nelle quali ci immergiamo a ogni cambio di stagione.

Nata a Roma, una laurea in Ingegneria meccanica biomedica, dopo una carriera in multinazionali del settore IT lavora da parecchi anni come traduttrice professionale free-lance. Ha un diploma in Interior design ed è fra le prime socie fondatrici del Club Soroptimist International Gulf-Dubai, il primo in assoluto in questa parte di mondo. Ama Dubai con tutte le sue contraddizioni, anche perché qui è nata la sua bambina ed è qui che sono stati adottati tre dei cinque gatti che compongono il suo nucleo familiare. Desidera condividere le proprie esperienze in questa città a volte stancante, ma sempre sorprendente, con gli expat, Italiani e non, che continuano ad arrivare a Dubai.

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