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The Elephant in the school

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The Elephant in the school

Da anni le polizie internazionali hanno preso ufficialmente atto del fatto che da molto tempo sono esistite ed esistono reti globali organizzatissime di pedofili e di canali di “distribuzione” capillari, sotterranei ma accessibili, di un orrendo traffico che avviene sotto il naso di tutti. Che sia il Belgio, la Thailandia, il Vaticano, l’Inghilterra, l’Italia, l’America, la Spagna, il Medio Oriente, che siano reti vicine o lontane, isolate o interconnesse, poco importa: sono crimini di una portata enorme, che ci terrorizzano e dei quali quasi sempre veniamo a conoscere solo la punta dell’iceberg, anche per nostra scelta, perché certe cose a non saperle si vive meglio.

Qui, poi, è facile ignorare le brutture del mondo. Qui ci sentiamo al sicuro, in questa nostra bolla di benessere artificiale nella quale, così ci informano i giornali del posto, non succede quasi mai niente di male e, se succede, si tratta di un balordo singolo, di un caso isolato… e qui, ricordiamocelo, c’è la pena di morte.

Invece una mattina ci succede di svegliarci e di apprendere, chi per email, chi da Facebook, chi da Whatsapp e solo molto ma molto dopo dalla stampa locale, che un professore in una nota scuola occidentale privata di Dubai (non un maestro semi-analfabeta in una madrassa sperduta fra le capre dello Yemen, per intenderci) è stato arrestato proprio il giorno di San Valentino negli Stati Uniti con l’accusa -documentata a quanto pare dai tabulati telefonici e internet raccolti dalla polizia e sostenuta dal fatto di essere stato trovato in possesso di materiale pedopornografico – di essersi organizzato tramite internet un viaggio da Dubai a Tampa per avere un rapporto sessuale con un bambino di 7 anni. La rete oscena, insomma, in un modo o nell’altro è arrivata fin qui; per di più, è arrivata in un modo che non ci permette di far finta di niente.

Lo shock è stato intenso per tutti. La rabbia, il dolore, il senso di impossibilità soprattutto. Ma come, queste schifezze esistono pure qui? Nelle nostre scuole? Sí, queste schifezze esistono pure qui, viviamo nel mondo e non sempre il mondo è bello; mettere la testa sotto la sabbia, negare che possano accadere e che accadano, o peggio rinnegare le responsabilità di ciascuno sono atteggiamenti che forse ci rendono più sereni, ma non ci aiutano a proteggere e tantomeno a preparare alla vita i nostri ragazzi.

Anche loro sono stati profondamente coinvolti e colpiti da questa notizia. Cosa bisogna fare in questi casi? Cosa si deve dire a un adolescente che la settimana prima ha consegnato il compito all’insegnante, magari scambiando con lui qualche battuta scherzosa?  Tacere, far finta di niente, volgere lo sguardo dall’altra parte? Sicuramente è più facile, si evitano scandali e sconvolgimenti, ma è un bene? Oppure invece è meglio affrontare certi discorsi apertamente, discuterne, rispondere ai dubbi e alle domande senza censure, evitando naturalmente di scadere nel morboso? Ma non è facile gestire queste situazioni vivendo a Dubai. Non tutto si può dire e non tutti i ragazzi sono sufficientemente adulti e maturi da essere preparati alla cultura del cosiddetto “doppio standard”, soprattutto se sono incoraggiati al silenzio.

E soprattutto, cosa dobbiamo dirci fra noi, adulti, genitori, insegnanti, quando per tutto il giorno è stato praticamente impossibile approfondire le notizie al di là dello scarno comunicato con fotografia pubblicato il giorno di San Valentino su MugShot, poi aggiornato e riportato dalla stampa americana, e solo dopo quattro giorni ripreso dai vari giornali locali? Sí, siamo in attesa di processo, ma a parte il fatto che non si sa nemmeno quando avverrà, le domande sono comunque tante. Soprattutto tre: è davvero impossibile accorgersi di queste cose prima che accadano? Davvero non è pensabile sperare di fare qualcosa per prevenirle? Non siamo al sicuro nemmeno qui?

Per usare un’espressione tipicamente anglosassone, there is an elephant in the room: c’è un elefante nella stanza… ed è piuttosto grande. Forse è il caso di iniziare a guardarlo e prenderne le misure, per il bene di tutti e soprattutto dei nostri ragazzi.

Nata a Roma, una laurea in Ingegneria meccanica biomedica, dopo una carriera in multinazionali del settore IT lavora da parecchi anni come traduttrice professionale free-lance. Ha un diploma in Interior design ed è fra le prime socie fondatrici del Club Soroptimist International Gulf-Dubai, il primo in assoluto in questa parte di mondo. Ama Dubai con tutte le sue contraddizioni, anche perché qui è nata la sua bambina ed è qui che sono stati adottati tre dei cinque gatti che compongono il suo nucleo familiare. Desidera condividere le proprie esperienze in questa città a volte stancante, ma sempre sorprendente, con gli expat, Italiani e non, che continuano ad arrivare a Dubai.

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