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Alessandro Schiatti a Gulfood: “i prodotti tipici italiani sono innovazione”

Alessandro Schiatti a Gulfood: “i prodotti tipici italiani sono innovazione”

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Alessandro Schiatti a Gulfood: “i prodotti tipici italiani sono innovazione”

I dati sono chiari: l’Italian Sounding viene stimato intorno ai 60 miliardi di fatturato all’anno, quasi il doppio dell’export italiano, che gira intorno ai 35 miliardi. Che cosa significa? Che se tutti coloro che comprano Italian Sounding acquistassero il vero Made in Italy, l’Italia esporterebbe più del doppio.

A pochi giorni da “100per100 Italian Gala” e “The Parmigiano Reggiano Show”, i due eventi organizzati in occasione di Gulfood 2018 da I Love Italian Food, abbiamo incontrato Alessandro Schiatti, fondatore di questa associazione culturale no profit e network che promuove e difende la cultura enogastronomica italiana nel mondo.

I Love Italian Food, per chi non la conosce, è nata in Italia nel 2013, nel cuore della Food Valley, da un gruppo di amici appassionati di cibo italiano. Oggi è una community internazionale che nel 2017 ha raggiunto più di un miliardo di contatti digitali in tutto il mondo. Con il suo network di oltre 8000 professionisti, produce ogni giorno contenuti per la sua piattaforma digitale, organizza eventi internazionali e supporta iniziative di ricerca e formazione.

Alessandro, quali i criteri per definire un prodotto 100% italiano?

Il nostro criterio è molto basico: materia prima italiana, fabbricato in Italia, questo è 100% Italian. Il concetto è che l’Italia è un paese che ha più di 5000 prodotti tipici, ovvero più di 5000 innovazioni. Quando siamo stati negli Stati Uniti a parlare con l’Institute of the Future ci hanno detto: voi siete il paese con il numero più alto di innovazioni. La prima cosa che viene in mente è: “l’Italia un paese innovativo?”. E invece, a pensarci bene, è davvero così: ogni prodotto tipico è un’innovazione. Qualche esempio. Il caffè espresso, che tutti noi beviamo, è un prodotto che ha poco più di 100 anni di vita, ed è stato un’innovazione. Poi, quando l’innovazione entra nell’uso comune, diventa tradizione. Un altro esempio: il culatello è stato innovazione, laddove il prosciutto crudo di Parma non veniva, hanno infatti innovato e si sono inventati un nuovo salume; e lo stesso è accaduto per il parmigiano.

E per i ristoranti, quali si possono definire 100% italiani, all’estero?

Qui a Dubai ci sono tantissimi ristoranti, magari cominciano con uno chef italiano che poi cambia…A New York, dove il Made in Italy è molto più antico, c’è lo stesso problema. Ci sono chef che in modo virtuoso si impegnano tutti i giorni e, quando entra un cliente e dice “vorrei il parmigiano sopra i frutti i mare”, gli rispondono “no, non si mette il parmigiano sui frutti di mare”; e ci sono chef, anche molto famosi, che invece gli aggiungono il parmigiano e dicono “questo mi paga 40 dollari un piatto, affari suoi se vuole metterci sopra il parmigiano”. Il mondo della ristorazione è talmente veloce e complesso che è difficile avere una fotografia precisa worldwide su quali siano i veri Made in Italy. L’unico modo è attivare la comunità sul territorio: tutti i ristoranti che segnaliamo e che andiamo a premiare con la menzione 100per100 Italian, verranno raccolti e recensiti in una parte dedicata del nostro sito I Love Italian Food ed il nostro network segnalerà eventuali cambiamenti nella gestione o negli chef.

Come lavora, dunque, I Love Italian Food per difendere e promuovere il vero Made in Italy?

Ci stiamo appunto spostando, sempre di più, sul concetto di 100% Italian, come faremo anche qui a Dubai in occasione dell’evento “100per100 Italian Gala”, durante il quale consegneremo dei riconoscimenti alle realtà che a Dubai si impegnano a promuovere e diffondere il vero Made in Italy. Stiamo infatti costruendo 100percento Italian Network, una rete internazionale di piattaforme, di pagine Facebook, di comunità che vogliono promuovere il vero Made in Italy nel mondo. Un progetto che è nato quest’anno e che presenteremo ufficialmente negli Stati Uniti a giugno. Quindi anche le attività che andiamo a fare in concomitanza con le fiere, le attività per le quali siamo conosciuti, vanno in questa direzione. Come facciamo qui a Dubai in questi giorni di Gulfood, all’interno delle fiere proponiamo quello che chiamiamo 100per100 Italian Food Stories, ovvero narrazioni di prodotti italiani coinvolgendo chef del territorio.

La vostra mission non è cambiata…

La nostra mission non cambia: rimane sempre quella di promuovere il vero Made in Italy all’estero, di portare la cultura del cibo italiana nel mondo, mettendo in rete le persone che vogliono farlo insieme a noi, attraverso questo network 100per100 Italian e creando connessioni e relazioni con tutti i professionisti del settore, che in realtà sono i veri ambasciatori: coloro che tutti i giorni devono promuovere il vero Made in Italy, che fanno un menu italiano, che usano la burrata e non prodotti alternativi.

Si riesce a quantificare il danno prodotto dall’Italian Sounding?

L’Italian Sounding viene stimato a 60 miliardi di fatturato nel mondo, quasi il doppio del nostro export che è intorno ai 35 miliardi circa. Se tutti coloro che comprano Italian Sounding comprassero Made in Italy, noi esporteremmo quasi 3 volte tanto. In realtà molto spesso l’Italian Sounding non è una truffa, faccio un esempio: quando ero piccolo compravo i chewingum Brooklyn e nel mio immaginario erano americani, perché la gomma del ponte era americana: in realtà erano Perfetti, fatti a Milano. Questo è un American Sounding, come lo sono i jeans della Wrangler, prodotti in Italia ma che richiamano gli Usa. Allora anche quando si tratta di passata di pomodoro, ad esempio, l’Italia rimane un punto di riferimento. Quando un produttore americano o inglese vuole fare una passata di pomodoro la chiamerà magari “Sole mio”. Questo è solo un danno virtuale, e non è propriamente Italian Sounding. Altro discorso, invece, va fatto per i prodotti tipici e l’incapacità che abbiamo di proteggere certi prodotti: ovvero il fatto che la mozzarella, il provolone o il gorgonzola si possano chiamare nello stesso modo anche se sono prodotti in America, senza rispettare il DOP. E qui veniamo al punto: 10 anni fa quello che noi stiamo facendo oggi non si poteva fare, perché la tecnologia non ce lo permetteva. Ora siamo tutti in rete e abbiamo accesso costante alle informazioni. Laddove non arriva la legislazione a proteggere i nostri prodotti tipici, dovremmo provare ad arrivare noi con le tecnologie, nel senso di cominciare a mettere in rete le informazioni corrette e cominciare a creare cultura, dicendo: “caro americano se vuoi il gorgonzola, c’è gorgonzola e gorgonzola”.

Dalla vostra esperienza, quali sono i prodotti italiani più apprezzati e richiesti all’estero?

La nostra cucina, come noto, è più di prodotti che di preparazioni, quindi ogni volta che siamo andati in giro facendo la domanda “di quali prodotti italiani non potresti fare a meno?”, nei top 5 ci sono sempre il parmigiano reggiano, l’olio extravergine di oliva, la mozzarella e la burrata, la pasta.

Quali sono i prossimi eventi che avete in programma in giro per il mondo?

Quello che faremo qui a Dubai in questi giorni, sia in fiera che la consegna dei riconoscimenti 100per100 Italian, si ripeterà a Bangkok a maggio, a New York a giugno, a Parigi ad ottobre e a Pechino a novembre.

I Love Italian Food è presente a Gulfood all’interno dello stand dell’Italian Trade Agency (Saeed Hall, S1-302).

I Love Italian Food Website
I Love Italian Food su Facebook

Elisabetta Norzi arriva a Dubai nel 2008. Nata e cresciuta a Torino, dopo una laurea in Lettere Moderne si trasferisce a Bologna per un master di specializzazione in giornalismo. Qui conosce la realtà dell'associazionismo emiliano e decide di occuparsi di tematiche sociali. Entra nella redazione dell'agenzia di stampa Redattore Sociale, collabora per il Segretariato Sociale della Rai e per il gruppo Espresso-Repubblica. Giramondo per passione, comincia a scrivere reportage come freelance con un servizio sulla Birmania durante la “rivoluzione zafferano”, ripreso dalle principali testate e televisioni italiane. Dopo diversi anni come corrispondente da Dubai (Peacereporter, Linkiesta), fonda Dubaitaly.

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