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L’altro lato del razzismo

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L’altro lato del razzismo

L’altra faccia della medaglia del razzismo vista attraverso un piccolo, apparentemente insignificante, episodio al parco giochi. C’e stato oggi un bisticcio improvviso perché mia figlia non voleva giocare per la seconda volta consecutiva in squadra con la stessa bambina del gruppetto. Lo ha detto gentilmente ma con fermezza, e io che la conosco so bene che il rifiuto è nato semplicemente dal fatto c’erano lì nel parco altre due amichette che lei in questo periodo adora come ci si adora fra bambini e, a sei anni e con il suo carattere, non ha ancora sviluppato le finezze diplomatiche del non manifestare troppo le proprie preferenze in compagnia: ci stiamo lavorando. Sembrava insomma una situazione come tante che avrebbero risolto subito fra loro facendo a turno (sono affiatate).

Invece, una delle bambine presenti, arrivata di recente nel quartiere, senza darle letteralmente il tempo di finire di parlare, la ha apostrofata con veemenza accusandola di non voler giocare con l‘altra “perché forse non le piace il paese dal quale veniamo”.

Sono rimasta per un attimo a bocca aperta per l’assurdità della cosa: nostra figlia di sicuro non è esposta a razzismi di sorta, né a casa né a scuola, ha amici e amiche di ogni provenienza, razza e colore ai quali vuole bene e l’ho vista sempre giocare indifferentemente con tutti.

Ora, qui esiste, oltre al razzismo spiccio e bruto del quale ho parlato in passato, anche una forma più sottile di razzismo al contrario, o meglio di vittimismo alla “chiagn‘ e fott’”. Non è raro fra adulti sentire affermazioni di quel tipo nel bel mezzo di una discussione in buona fede, quando qualcuno si sente messo in un angolo: a volte fanno anche sorridere o sono persino dette con autoironia.

Però, una frase simile in bocca a una bambina – che mia figlia ha già incontrato qualche volta includendola felicemente fra le amichette, identica a lei, solo un pizzico più grandicella e con la carnagione più ambrata, come tante altre qui – mi ha fatto impressione per quanto suona stonata e per la naturalezza con la quale invece è stata pronunciata, perché significa che probabilmente è quello che la bambina sente dire a casa. Forse è la motivazione che le viene data per qualunque difficoltà o delusione che incontra: tu o qualcuno “come te” avete un problema? eh, si vede che gli altri sono razzisti. A prescindere.

Io in genere per scelta evito di intervenire nei bisticci finché qualcuno non rischia di farsi male (o, più spesso, quando si è fatto male, core de mamma), ma questa volta la cosa mi è sembrata seria.

Ho contato fino a dieci a tempo di record, inspirato, messo un braccio sulla spalla di mia figlia (in lacrime per il tono accusatorio, non per la frase, che nemmeno ha compreso) e cercato di spiegare il più pacatamente possibile con parole semplici alla piccola e inconsapevole “fingerpointer” e alle altre bambine del gruppetto presenti che lei è nata e sempre vissuta qui, non sa ancora bene nemmeno cosa sia un paese – tantomeno cosa significhi venire da questo o quel paese (se non in modo astratto perché a scuola fanno Social Studies, detto fra noi) – e che dire una cosa simile a una compagna di gioco, la più piccola del gruppo, senza nemmeno chiederle il perché di un comportamento, saltando subito a conclusioni, non è gentile.

In parallelo, e sempre pacatamente, a mia figlia ho ripetuto davanti alle altre bambine quello che le dico sempre a casa: ossia che in un gruppo deve cercare di stare un po’ con tutti senza andare troppo in fissa con questa o con quello perché giocare al parco o a ricreazione a scuola non è l’equivalente di una playdate a due. Le ho anche chiesto se sapesse da dove venissero le varie amichette del gruppo e lei, candidamente, ha risposto: from Dubai, like me.  Appunto.

Non so se sia stato giusto intervenire, e in questi termini; per un attimo ho visto rosso, ma spero che qualcosa sia arrivato.  Per la prima volta in tanti anni a Dubai ho provato davvero una sensazione sgradevole.

Nata a Roma, una laurea in Ingegneria meccanica biomedica, dopo una carriera in multinazionali del settore IT lavora da parecchi anni come traduttrice professionale free-lance. Ha un diploma in Interior design ed è fra le prime socie fondatrici del Club Soroptimist International Gulf-Dubai, il primo in assoluto in questa parte di mondo. Ama Dubai con tutte le sue contraddizioni, anche perché qui è nata la sua bambina ed è qui che sono stati adottati tre dei cinque gatti che compongono il suo nucleo familiare. Desidera condividere le proprie esperienze in questa città a volte stancante, ma sempre sorprendente, con gli expat, Italiani e non, che continuano ad arrivare a Dubai.

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