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Dubai, la città degli addii

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Dubai, la città degli addii

Jusuk, la mia prima amica conosciuta ad un corso di inglese quando arrivai qui. Jusuk, una ragazza coreana con un inglese terribile, praticamente come il mio. Ci vedevamo e parlavamo per ore, il nostro linguaggio fatto di gesti, uso delle immagini da Google, suoni onomatopeici e piccoli disegni, sguardi e forse telepatia, non so.

So soltanto che ci capivamo a sufficienza per riuscire a godere di quel tempo passato insieme. Anche i silenzi erano parole. A volte semplicemente passeggiavamo senza necessità di parlare. Le chiesi di essere la mia testimone di nozze, e lei, dapprima incredula, poi accettó con entusiasmo, chiedendomi- insomma “chiedendomi” è una parola grossa… -facendomi capire che intendeva regalarmi qualcosa, ma cosa? “Non voglio nulla Jusuk, voglio solo la presenza di un’amica il giorno del matrimonio, mi basta come regalo assieme al tuo sorriso”. Sì, perché ci avete fatto caso? I coreani, i giapponesi, gli asiatici in genere quando sorridono sembra abbiano tre bocche che sorridono, e due sono gli occhi.

Piano piano son trascorsi tre anni, (non tanto piano poi, qui il tempo scorre in una clessidra stramba), il nostro inglese è migliorato un po’ e la nostra amicizia è diventata più stretta, anche se i coreani, ho capito son molto riservati. Abbiamo parlato di tante cose, ha conosciuto mio figlio, mio marito, e noi il suo, deliziosi insieme. Io ho cominciato a frequentare nuove amiche, “your italian friends” come diceva lei, e a frequentarci tutte insieme, se capitava. Amava stare con noi, amava il cibo italiano, il nostro chiacchiericcio confuso e il continuo gesticolare, le abbiamo insegnato a lavorare ai ferri, con l’uncinetto, e cercava di impegnarsi anche, ma a lei quel che importava veramente era stare con noi. Hanno cominciato a volerle bene anche le altre, non si poteva fare altrimenti.

Sto qui a Dubai quel tempo necessario che mi permette di conoscere le persone, inglobarle nella mia vita quotidiana, e vederle partire. Sto qui a Dubai il tempo sufficiente per capire che questa città è come una fermata di un treno che scarica persone, rigurgita vite, e poi le risucchia portandole via lontano. Ma questi anni a Dubai ancora non mi sono sufficienti per abituarmi alla realtà crudele degli strappi, per anestetizzarmi al sottile dolore dei congedi, degli addii. Ho salutato altre amiche, ora saluto anche te. Non ti aiuterò a salire sul treno, mi piace pensare che basterà attraversare la strada per andare a prendere un caffè quando ne avremo voglia. E non ti dirò addio, perché sarà un arrivederci, magari per il Sakura laggiù in Corea, forse… chissà…(e ora, chi glielo traduce in inglese a Jusuk?).

Nata e vissuta in Sardegna per gran parte della mia vita, poi in Francia per qualche anno, faccio base tra Ravenna e Dubai, quest’ultima ormai chiamata “casa”. Madre di un figlio che adoro e che ha già preso il volo, seguo mio marito nei suoi viaggi di lavoro, che ci portano ad unire l’utile al dilettevole, con la valigia sempre a portata di mano finalmente appagata del sogno di bambina di andarmene in giro per il mondo. La mia vita a Dubai, città sorprendente e viva, mi regala tanto tempo libero da dedicare alle cose che amo, come l’Arte in tutte le sue forme, e altri passatempi grazie ai quali ho incontrato altre expat come me, e con le quali ho instaurato delle buone affettuose amicizie. Di Dubai, paese giovane e pieno di giovani di tutte le etnie, mi rimane la sensazione che sia forse una delle città che meglio rappresenta il fermento, la crescita, il costruire, il proiettarsi verso un futuro- incrociando le dita, si spera.

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