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Dubai, razzismo e dintorni

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Dubai, razzismo e dintorni

Dubai è, lo diciamo sempre, un gran mix culturale e sociale in cui tutti si sentono parte di qualche cosa, una città che in questo momento storico sembra un’oasi protetta circondata dalla follia, dalla paura e dall’odio crescente che stanno progressivamente affogando il resto del mondo.

Eppure, anche questa medaglia ha il suo rovescio. Per certi versi, nella moderna, aperta, multietnica Dubai è facile scivolare in forme più o meno striscianti di classismo, se non di razzismo nudo e crudo.

È vero che certi stereotipi hanno un qualche fondamento nella realtà, anzi, è verissimo; però è importante resistere sempre alla tentazione di generalizzare. Ne ho avuto sentore la prima volta quando, parecchi anni fa, uscendo di casa in ritardo con una amica per un appuntamento di lavoro, espressi il dubbio di essermi scordata di mettere il deodorante, accennando a tornare indietro; lei cercò di fermarmi: “Ma non ti stare a preoccupare, anche se puzzi nessuno penserà che sei tu, qui a Dubai!”. Sul momento risi della battuta (comunque per scrupolo rientrai a casa!), ma con il senno del poi ci ho a volte ripensato. È vero che qui certe categorie di lavoratori (tendenzialmente di certe nazionalità) spesso mandano cattivo odore, perché vivono, mangiano, lavorano in condizioni nelle quali noi probabilmente non dureremmo da Natale a Santo Stefano, ma, mi chiedo, è giusto etichettare le persone con questa leggerezza, anche quelle che non conosciamo, dall’alto del nostro stile di vita e della nostra educazione “occidentale” (e mi ci metto dentro prima di tutto io, sia chiaro)?

Un altro flash di memoria: qualche tempo fa una amica di mia figlia era ospite a casa nostra per una playdate. Passò a trovarmi una conoscente che, non parlando sufficientemente bene l’inglese per identificare immediatamente il puro accento americano della bambina, e raffrontandola chiaramente con la donna di servizio indonesiana che stava facendo le pulizie da me in quel momento, mi chiese se fosse “la figlia della maid”. Al mio “no, è una compagna di classe della mia, è Americana e vive a XYZ (quartiere molto benestante della città)”, automaticamente iniziò a parlarle in modo gentile. Non ci avevo fatto caso prima, ma all’inizio non la aveva nemmeno salutata, mentre aveva salutato mia figlia. Per fortuna l’amichetta nostra ospite non si accorse di nulla, ma io non ho potuto fare a meno di pensare alle difficoltà che si sarebbe dovuta trovare ad affrontare, crescendo, se questo era solo l’inizio, a causa dei suoi lineamenti e del colore della sua pelle.

E ancora: tempo fa, girando in bicicletta per il mio quartiere, tutta intabarrata con giacchino, cappuccio, occhialoni scuri e maniche tirate fin su a coprire le mani perché devo stare molto attenta al sole, ma comunque vestita con abiti da donna, la security mi ha fermata rivolgendosi a me in malo modo. Quando con calma mi sono tolta il cappuccio e ho rassettato il giacchino (scoprendo le mani, per non sembrare minacciosa), ho notato chiaramente che il tizio ha guardato bene il mio viso, l’anello che indossavo, la borsa più che dignitosa che era nel cestello anteriore della bici e, senza nemmeno lasciarmi il tempo di spiegare che ero residente del quartiere, ha cambiato tono iniziando a profondersi in scuse, muovendosi a retromarcia con il corpo atteggiato a un mezzo inchino, e, passando automaticamente all’appellativo “Madam”, mi ha detto che potevo passare.

Viceversa, una conoscente di origine asiatica che di recente ha cercato di entrare in visita in taxi, è stata fermata bruscamente al cancello e trattata obiettivamente male. Probabilmente scambiata frettolosamente per maid illegale, dati i suoi lineamenti, ma la cosa che colpisce sono le motivazioni perbeniste di “sicurezza per la nostra community e per i nostri bambini” di chi tende a giustificare tale comportamento. Una donna che in taxi in pieno giorno si ferma aprendo il finestrino per comunicare via e numero civico alla security deve essere pericolosissima se ha fattezze asiatiche, a quanto pare! Di esempi di questo tipo ce ne sono a bizzeffe ogni giorno e nessuno di noi è immune da tali stereotipizzazioni che a volte sconfinano direttamente nel profiling razziale.

Forse dovremmo darci tutti una regolata e cercare di prestare maggiore attenzione a questi dettagli, alle battute che facciamo e a come ne ridiamo, soprattutto in presenza dei nostri bambini. Vivere e crescere a Dubai per loro è o dovrebbe essere una esperienza di apertura mentale al mondo (che è bello perché è vario, diceva sempre nonno, a volte con entusiasmo, altre con rassegnazione, ma mai con cattiveria). Perderebbe completamente valore se la inquinassimo con commenti di bassa lega sui loro amici o sui genitori dei loro amici, sugli insegnanti, sulle persone che incontriamo quotidianamente e che quotidianamente, nel bene o nel male, ci affiancano nella nostra vita e nel nostro lavoro. Il mio non è un discorso buonista e indubbiamente qualche battutaccia continuerà a farmi sghignazzare all’insaputa di me stessa, però scadere nella volgarità o peggio, nell’indifferenza, quello no.

Nata a Roma, una laurea in Ingegneria meccanica biomedica, dopo una carriera in multinazionali del settore IT lavora da parecchi anni come traduttrice professionale free-lance. Ha un diploma in Interior design ed è fra le prime socie fondatrici del Club Soroptimist International Gulf-Dubai, il primo in assoluto in questa parte di mondo. Ama Dubai con tutte le sue contraddizioni, anche perché qui è nata la sua bambina ed è qui che sono stati adottati due dei quattro gatti che compongono il suo nucleo familiare. Desidera condividere le proprie esperienze in questa città a volte stancante, ma sempre sorprendente, con gli expat, Italiani e non, che continuano ad arrivare a Dubai.

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