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Expo 2020: si pensa già al post evento

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Expo 2020: si pensa già al post evento

Una delle qualità delle politiche di governo di Dubai è senza dubbio quella di portare avanti progetti che guardano al futuro, pensati non solo per l’immediato, ma per dare frutti anche a lungo termine. E proprio per evitare errori già commessi da altri Paesi che hanno ospitato grandi eventi, è già tutto pronto per il piano post Expo 2020. Anzi, lo sviluppo del “dopo” è stato parte integrante dell’intero progetto dell’esposizione.

Che fine faranno, dunque, le strutture e gli spazi dopo il 21 aprile 2021, data di chiusura dell’evento che si prevede porterà oltre 20 milioni di persone in città? Lo ha anticipato, in un’intervista rilasciata ad Arabian Business, Marjan Faraidooni, Vice President of Legacy Impact and Development di Expo 2020, che presenterà il “post Expo” nei dettagli proprio in questi giorni, in occasione di Cityscape Global 2017.

L’idea di base è quella di creare una “campus-style business community”, dove ospitare start-up, incubatori e centri di ricerca internazionali. Il sito dell’Expo verrà quindi trasformato in un nuovo quartiere sostenibile di Dubai: District 2020. Due milioni di metri quadrati strutturati con una grande piazza centrale a cupola, viali alberati, uffici, appartamenti, negozi scuole e parchi. A 20 minuti dal nuovo aeroporto internazionale Al Maktoum e accanto al Jebel Ali Port, ogni edificio rispetterà i parametri di ecosostenibilità per quanto riguarda consumi di acqua ed emissioni di carbonio.

La Siemens AG, secondo quanto dichiarato da Faraidooni, sarà la prima grande multinazionale a stabilire la propria sede globale di logistica a District 2020. L’eredità di un grande evento, ha sottolineato Faraidooni, è altrettanto importante quanto l’evento stesso. Ci sono troppi esempi di città, in tutto il mondo, che non sono stati capaci di riconvertire le strutture. A partire dalle Olimpiadi di Atene 2004 – spiega ancora Faraidooni – dove le costruzioni create per i Giochi si trovano abbandonate e ricoperte di erbacce, fino a Expo Milano 2015 che definisce “una delle esposizioni più controverse mai svolte in Europa, con 110 ettari di edifici e strutture alla periferia della città ricoperte di polvere”. Solo quest’anno, a due anni dall’evento, è partito un progetto di riconversione parziale del sito, con l’idea di “Human Technopole”, nuovo polo di ricerca sulle tecnologie.

Dubai si ispira invece agli esempi positivi, aggiunge Faraidooni, tra i quali Shanghai Expo 2010, che ha portato la città cinese sulla mappa del commercio internazionale oppure Expo Barcellona nel 1992, una città che, da allora, è diventata tra le più vivaci in Europa.

Tornando a Dubai 2020, l’80% del sito dell’Expo sarà riutilizzato nel nuovo progetto District 2020, mentre il restante 20%, costituito da strutture temporanee, verrà smantellato. “Non si tratta della creazione di una città tecnologica – tiene a precisare Faraidooni -, ma piuttosto di un ambiente che consentirà collaborazioni significative tra le diverse società. Vogliamo che le grandi multinazionali pensino al District 2020 come un luogo dedicato all’innovazione, ad esempio istituendo qui i loro centri di ricerca e sviluppo”.

District 2020 ha quindi l’obiettivo di portare avanti la missione dell’Expo, ovvero quella di connettere le persone – “connecting minds, cerating the future” è il tema centrale scelto per Expo Dubai -, attraverso questa nuova esperienza urbana.

The Dubaitaly Press Team

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