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Mal di Dubai

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Mal di Dubai

Comincio a pensare seriamente che esista qualcosa che possiamo definire “il mal di Dubai”, ossia quel certo non so che, il richiamo struggente e inesorabile che questa città esercita su di noi quando torniamo in Italia.

Con le amiche di qui, con le quali ci teniamo in costante contatto, è tutto uno scambio di foto, messaggini, “non vedo l’ora di tornare”, “dài che le vacanze stanno finendo” e così via. Non è perché non ci piacciano o non apprezziamo le vacanze trascorse nei nostri luoghi d’origine con le persone care di sempre.

È qualcosa di più sottile e irrazionale che non so, non sappiamo spiegare bene. Forse l’estrema voglia di sopravvivere e di vivere di questa città e di chi la abita, il senso di sicurezza che proviamo qui, quando lasciamo porte di casa aperte e borse sul tavolo al ristorante, o quando ci inseguono per restituirci carte di credito dimenticate o resti anche cospicui non riscossi (non è tutt’oro quel che luccica ma insomma… almeno ottone sarà); e poi la sensazione di conoscere tutto e conoscerci tutti e allo stesso tempo di cambiare di continuo scenari e compagnie causa partenze e arrivi: stressante e logorante ma curiosamente rinvigorente anche, perché non ci si può mai adagiare più di tanto nella routine, pur mantenendo sulla lunga distanza i rapporti umani profondi e molto reali creati qui; e ancora, l’ambiente multiculturale e tollerante, le persone di ogni provenienza e religione con le quali condividiamo stupore e sgomento per l’odio che sta via via attanagliando il resto del mondo.

Per non parlare degli aspetti pratici: i servizi (che saranno sì un po’ scassoni ma che a sapersi muovere ci sono e funzionano); la comodità degli amati/odiati mall; per chi ha bambini (che sono tantissimi!) l’estrema tolleranza di tutti e la possibilità di far vivere loro appieno l’infanzia e la pre-adolescenza fra sogni, giochi e fantasia senza costringerli a crescere troppo presto e male; i caffè e i ristoranti di cucine davvero di tutto il mondo aperti sempre; i mai-citati-abbastanza home delivery di qualunque cosa a tutte le ore; i compound con parchi, aree attrezzate, piscine e giochi dove tutti fanno amicizia con tutti; la pulizia; e, last but not least, la lontananza dalle famiglie.

Non fraintendete, non intendo dire che li odiamo tutti senza distinzioni (qualcuno fra voi avrà pure famiglie normali!), ma in effetti vivere all’estero e a questa distanza, non troppo lontani ma nemmeno troppo vicini, aiuta davvero a scoprire o riscoprire chi siamo, a vivere le nostre identità e a crescere i nostri figli senza troppi condizionamenti (non è mai troppo tardi per tagliare il cordone ombelicale).

Ovviamente ogni medaglia ha il suo rovescio e ci sono giorni che invece è la nostalgia dell’Italia a farsi sentire forte (basta non leggere i giornali)… ma per ora, a una o due settimane dalla ripresa delle scuole, possiamo pure dircelo fra noi: Dubai, quanto ci sei mancata!

Nata a Roma, una laurea in Ingegneria meccanica biomedica, dopo una carriera in multinazionali del settore IT lavora da parecchi anni come traduttrice professionale free-lance. Ha un diploma in Interior design ed è fra le prime socie fondatrici del Club Soroptimist International Gulf-Dubai, il primo in assoluto in questa parte di mondo. Ama Dubai con tutte le sue contraddizioni, anche perché qui è nata la sua bambina ed è qui che sono stati adottati due dei quattro gatti che compongono il suo nucleo familiare. Desidera condividere le proprie esperienze in questa città a volte stancante, ma sempre sorprendente, con gli expat, Italiani e non, che continuano ad arrivare a Dubai.

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