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I ragazzi di Dubai e il “Travel ban” di Trump

I ragazzi di Dubai e il "Travel ban" di Trump

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I ragazzi di Dubai e il “Travel ban” di Trump

Dubai, per la propria natura, risente moltissimo in questi giorni del caos, burocratico e umanitario, generato dal recente decreto Trump per l’immigrazione.

Dubai, per la propria natura, risente moltissimo in questi giorni del caos, burocratico e umanitario, generato dal recente decreto Trump per l’immigrazione. Ogni giorno si registrano storie allucinanti di persone bloccate in aeroporto, a volte amici, conoscenti o amici di conoscenti; le compagnie aeree hanno dovuto ri-pianificare i turni del personale di bordo in base ai passaporti.

Si fa ancora fatica a credere che non sia tutto uno scherzo di pessimo gusto. In particolare, leggevo poco fa che tantissimi studenti expat, nati o comunque cresciuti qui, che si accingevano ad andare a studiare nelle università in America, dovranno cambiare programma. Sono identici ai nostri figli, compagni di scuola e di giochi dei nostri figli, “sono” loro tranne che per un particolare: il passaporto.

Ecco, ognuno viene toccato da qualcosa che gli fa di colpo sentire una notizia come una cosa vera. Per me il clic relativo al recente “Travel Ban” è avvenuto con questa notizia: ossia l’idea che questi ragazzi di Dubai, futuri cittadini del mondo come ci auguriamo sempre noi genitori, siano stati così mortificati e frenati proprio nel momento di spiegare le ali. Loro si accingevano a spostarsi con entusiasmo e fiducia in un paese che ammiravano, scelto per completare i propri studi, magari anche perché influenzati dai sogni dei genitori; si ritrovano intrappolati e traditi, perché il rifiuto dipende indirettamente, oltre che dal passaporto di origine, anche dal fatto che sono “di Dubai”, quindi inevitabilmente legati alla propria cittadinanza per tutto il periodo di permanenza qui (ammesso e NON concesso che sia giusto forzare chicchessia al cambio di nazionalità).

A prescindere dagli aspetti politici, sono talmente tante le implicazioni psicologiche e sociali esemplificate da questo stato di “impasse” che non saprei nemmeno da dove cominciare ad analizzarle. È una situazione che fa venir voglia di arrendersi. Invece bisogna reagire e il mio modo di reagire è andarmi a ricercare e rileggere questo testo scritto nel 1944 da Giovannino Guareschi, in un lager tedesco.

Anche se questa volta il boccone da mandar giù è amaro, “il progetto dell’avvenire” non si ferma qui:

Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca.
È inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi.
E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti.

Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. È inutile, signora Germania: tu non puoi trovare niente, e invece lì sono nascosti documenti d’importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire.
E questo è ancora niente, signora Germania. Perché c’è anche una grande carta topografica al 25.000 nella quale è segnato, con estrema precisione, il punto in cui potrò ritrovare la fede nella giustizia divina.
Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira, farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto.
L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno.
E questa è la fregatura per te, signora Germania. 

Dalla conversazione «Baracca 18» Lager di Beniaminowo 1944
Diario clandestino, Rizzoli, Milano, 1949

Nata a Roma, una laurea in Ingegneria meccanica biomedica, dopo una carriera in multinazionali del settore IT lavora da parecchi anni come traduttrice professionale free-lance. Ha un diploma in Interior design ed è fra le prime socie fondatrici del Club Soroptimist International Gulf-Dubai, il primo in assoluto in questa parte di mondo. Ama Dubai con tutte le sue contraddizioni, anche perché qui è nata la sua bambina ed è qui che sono stati adottati due dei quattro gatti che compongono il suo nucleo familiare. Desidera condividere le proprie esperienze in questa città a volte stancante, ma sempre sorprendente, con gli expat, Italiani e non, che continuano ad arrivare a Dubai.

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