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Tra preghiera e tecnologia, quest’anno arriverà la pioggia?

Tra preghiera e tecnologia, quest'anno arriverà la pioggia?

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Tra preghiera e tecnologia, quest’anno arriverà la pioggia?

Gli Emirati hanno il potere di stupire sempre, anche chi vive qui da molti anni. In un Paese dove la tecnologia permette di costruire grattacieli che sfidano il cielo, futuristiche infrastrutture e pioggia “artificiale” ogni volta che si scorge una nuvola all’orizzonte, che lo Sceicco di Abu Dhabi in persona abbia ordinato di dedicare la preghiera del martedì alla pioggia suona davvero strano. Soprattuto considerando che siamo sempre nel deserto.

Gli Emirati hanno il potere di stupire sempre, anche chi vive qui da molti anni. In un Paese dove la tecnologia permette di costruire grattacieli che sfidano il cielo, futuristiche infrastrutture e pioggia “artificiale” ogni volta che si scorge una nuvola all’orizzonte, che lo Sceicco di Abu Dhabi in persona abbia ordinato di dedicare la preghiera del martedì alla pioggia suona davvero strano. Soprattuto considerando che siamo sempre nel deserto.

Gli Emirati stanno investendo in ricerca per la cosiddetta “modificazione del clima” dal 1990 (è addirittura in fase di studio una sorta di catena montuosa artificiale per attirare le perturbazioni) e da gennaio 2015 viene regolarmente applicato il cosiddetto Cloud Seeding. Di che cosa si tratta? Il National Centre of Meteorology and Seismology degli Emirati monitora attentamente le nuvole ogni giorno: quando sono vicine, i piloti del Centro volano tra i cumuli iniettando cristalli di sale. Il processo, chiamato “Hygroscopic cloud seeding” (in italiano “inseminazione”o “semina” delle nuvole), non è cosa nuova, si studia infatti dagli anni Quaranta del secolo scorso. Il meteorologo e chimico Vincent Schaefer (1906–1993) fu il primo a scoprire il principio, nel 1946, durante una scalata sul Monte Washinghton (nello stato di New York); qui ebbe l’idea di creare nubi “sovra raffreddate” provando ad utilizzare diverse sostanze (sale, talco, ghiaccio secco).

Attraverso i radar meteorologici si va quindi a caccia della nuvola giusta. Quando è stata individuata, vengono date le coordinate esatte ai piloti che, in una gara contro il tempo prima che la nube si dissipi, sparano i razzi che disperdono il sale. In parole povere, le minuscole particelle di sale inseminate nelle nuvole “appesantiscono” le goccioline di vapore acqueo contenute nelle nubi stesse, facendole ricadere al suolo sotto forma di pioggia. La tecnica è capace di aumentare la probabilità e l’intensità delle piogge fino anche al 35%.

Il problema degli Emirati è che non ci sono quasi mai le nuvole, presenti invece molto più spesso nel vicino Oman. Per questo il National Centre of Meteorology and Seismology ha ottenuto il permesso di attraversare anche lo spazio aereo omanita per sparare i razzi prima che le nubi raggiungano gli Emirati. Spesso, però, la pioggia non riesce ad arrivare fino a Dubai, poiché le nuvole si disperdono prima, e si verificano quindi piogge torrenziali sulle montagne di Al Ain e su tutta la regione settentrionale del Paese. Secondo i meteorologi, si tratta comunque di un intervento utile: se non per pulire l’aria e rinfrescare le città, almeno per aumentare il flusso dell’acqua, alimentare le dighe e falde sotterranee.

Ma che arrivi o meno la pioggia, l’inseminazione delle nuvole solleva sempre accesi dibattiti, sia da un punto di vista etico (è lecito forzare la natura?) sia perché non si conoscono a fondo quali ripercussioni ci possano essere realmente, a lungo termine, intervenendo su un sistema complesso come la meteorologia. Chi l’appoggia sostiene che sia sì una tecnica molto costosa, ma sul lungo periodo meno dispendiosa della dissalazione dell’acqua del mare, che utilizza il 20% dell’energia della regione oltre ad avere un impatto pesantissimo sull’ambiente (gli Emirati stanno comunque lavorando anche su impianti di dissalazione che utilizzano il fotovoltaico ed energie pulite). Ma ci sono anche tanti detrattori del Cloud Seeding, come ad esempio Peter Gleick, fondatore del Pacific Institute in California ed esperto mondiale di acqua, che sottolinea come negli ultimi 60 anni le tecniche di modificazione del clima non abbiano assolutamente funzionato e che siano più utili, al contrario, strategie solide e affidabili per la gestione dell’acqua. In altre parole, se l’oro blu nel deserto non c’è, forzare la natura non è proprio possibile.

E allora, in attesa di vedere un po’ d’acqua anche quest’anno, forse non resta davvero che pregare.

Elisabetta Norzi arriva a Dubai nel 2008. Nata e cresciuta a Torino, dopo una laurea in Lettere Moderne si trasferisce a Bologna per un master di specializzazione in giornalismo. Qui conosce la realtà dell'associazionismo emiliano e decide di occuparsi di tematiche sociali. Entra nella redazione dell'agenzia di stampa Redattore Sociale, collabora per il Segretariato Sociale della Rai e per il gruppo Espresso-Repubblica. Giramondo per passione, comincia a scrivere reportage come freelance con un servizio sulla Birmania durante la “rivoluzione zafferano”, ripreso dalle principali testate e televisioni italiane. Dopo diversi anni come corrispondente da Dubai (Peacereporter, Linkiesta), fonda, insieme a Giulia Violante, Dubaitaly.

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