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Cellulari e spam: consigli utili per difendersi

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Cellulari e spam: consigli utili per difendersi

Non ho mai avuto un buon rapporto con il telefono. I miei primi ricordi di telefonate risalgono alle vacanze da bambina a metà degli anni Settanta, quando mia sorella ed io rimanevamo a trascorrere la villeggiatura nella casa immersa nella natura del Parco Nazionale d’Abruzzo con mamma e la donna di servizio, e papà tornava a Roma per lavoro. 

Non ho mai avuto un buon rapporto con il telefono. I miei primi ricordi di telefonate risalgono alle vacanze da bambina a metà degli anni Settanta, quando mia sorella ed io rimanevamo a trascorrere la villeggiatura nella casa immersa nella natura del Parco Nazionale d’Abruzzo con mamma e la donna di servizio, e papà tornava a Roma per lavoro.

All’epoca, per telefonare, si scendeva due o tre volte a settimana, salvo emergenze, dal borgo in cui ci trovavamo, per recarci presso la Locanda di Mastro Nicola a Pescasseroli (la metropoli). Questa locanda era pervasa da un odore inconfondibile, che ho capito solo dopo essere un misto di sigaro dei giocatori di carte della notte, vino che gocciolava lungo uno spago legato al rubinetto della botte in legno nel lavandino sul bancone, e caffè: era per me un luogo davvero magico. A parte la presenza all’ingresso del cane Mustafà, un barbone gigante nero che solo per il nome e per il fatto che non fosse un mezzo maremmano ingiallito mi sembrava esoticissimo, qui si trovavano: gli unici due videogiochi a muro del paese (uno addirittura a colori), il flipper che viveva di vita propria, un tavolo da biliardo sempre ricoperto da un telo, quindi misteriosissimo, e, soprattutto, due cabine insonorizzate con i telefoni a scatti (uno per la teleselezione). Le cabine erano imbottite di una stoffa matelassé dorata oramai divenuta opaca nel tempo; erano dotate di sedile ribaltabile e avevano quelle porte pesantissime e molto spesse con la finestrella lunga in vetro doppio o triplo, che quando mi ci chiudevo dentro mi sembrava di andare sott’acqua per quanto isolavano dal mondo esterno.

Quando poi qualcuno da fuori doveva comunicare con noi per qualche situazione non prevista, mandava un telegramma all’ufficio postale e chi era di passaggio ci portava le notizie. Non importa che nonno prima e papà poi avessero sempre avuto il telefono in macchina per motivi di lavoro, quindi piuttosto all’avanguardia sui tempi. Non importa che in pochi anni, alla fine, la linea telefonica abbia raggiunto anche la nostra amena località di villeggiatura (parlo della linea telefonica fissa, ma i ripetitori dei cellulari o le reti internet non sono mai arrivate, tant’è che al momento in casa l’unica connessione possibile per internet è quella satellitare e che i cellulari prendono solo con una tacca in un angolo della mensolina in alto sul camino, e solo per ricevere sms). Non importa che alla fine anche io mi sia aperta in successione ai telefoni senza fili, ai cellulari, ai tablet, agli smartphone e quant’altro (anche se spesso con esiti discutibili, ma si fa quel che si può). Non importa: il mio imprinting con il telefono è quello. Uno strumento utile fondamentalmente per comunicare, a volte per chiacchierare certo, ma solo quando mi va di mettermi in contatto con il mondo esterno: non una porta spalancata a chiunque. Viceversa, anche un potenziale strumento di intrusione nella vita altrui da usare quindi con delicatezza.

Con questo approccio moderno e anticonformista al mondo delle comunicazioni, figuriamoci quale può essere stato il mio impatto con la realtà di deregulation totale che si incontra venendo qui a Dubai. C’è indubbiamente un enorme problema di mancata riservatezza dei dati che al confronto il telemarketing che oramai impazza anche da noi in Italia è niente. La quantità di spam che si riceve per sms o tramite telefonate anche da realtà “serie” come gli ospedali o gli istituti finanziari è incredibile, dell’ordine delle decine di contatti al giorno in qualunque ora del giorno e della notte, se non si attivano i filtri di blocco dei numeri indesiderati.

L’sms in particolare viene usato per qualunque tipo di pubblicità e lo usano persino, attingendo ai dati degli operatori telefonici, gli enti governativi per le comunicazioni ufficiali, lasciando spesso in chi li riceve il dubbio se si tratti di scherzo o notizia vera. Un modo per arginare l’eccesso di spam pubblicitario consiste nell’evitare di fornire il proprio numero ai cassieri dei negozi quando ci chiedono innocentemente i dati per mandare newsletter e quant’altro ai clienti. Tutti noi che siamo qui da un po’ sappiamo che ogni volta che forniamo il numero presso un nuovo negozio, a partire dal giorno dopo verremo invasi di nuovi messaggi pubblicitari.

Va peggio a chi, come a volte capita soprattutto alle donne, si ritrova vittima di harassment mirato e insistente, proprio in seguito all’aver fornito il numero in situazioni di tal genere. Tipicamente, è sufficiente chiedere al marito o a un amico di rispondere, perché quando dall’altra parte l’importuno sente una voce maschile, smette subito di chiamare. Il telefono è infatti anche uno strumento primario nell’approccio random con esponenti del sesso opposto. Uno dei primi consigli che ho ricevuto arrivando qui è stato quello di tenere sempre la porta bluetooth disattivata soprattutto nei luoghi pubblici tipo mall per evitare approcci virtuali indesiderati immediati.

Poi c’è ovviamente il discorso truffe, che se in passato si limitavano al messaggio civetta che parlava di fantomatiche vincite in denaro per tramutarsi in furti veri e propri, ora si stanno facendo via via più elaborate con simulazioni di chiamate provenienti da enti pubblici. È importante non fornire mai dati personali sensibili ed eventualmente cercare di mettersi subito in contatto con la realtà dalla quale costoro dicono di chiamare, per verificare la validità della telefonata o del messaggio ricevuto, e nei casi più eclatanti rivolgersi alla Polizia.

Questo, sperando però di non fare la figura che feci io tempo fa, che mi misi a inveire urlando scompostamente al telefono a un operatore che credevo un truffatore, in parte perché quel giorno ero stata particolarmente tartassata di telefonate e messaggi indesiderati e in parte, lo confesso, a causa dell’accento marcato del tipo in questione; pagai poi amaramente la mia esasperazione e il pregiudizio a sfondo razzista perché era sul serio la mia banca che mi cercava per avvertirmi di un problema con la mia carta di credito. Chiamarono poi un po’ scocciati mio marito, che era il contatto di riferimento, il quale ancora mi sta prendendo in giro per quell’increscioso episodio di “al lupo al lupo”.

Ma, come si dice, better safe than sorry.

Nata a Roma, una laurea in Ingegneria meccanica biomedica, dopo una carriera in multinazionali del settore IT lavora da parecchi anni come traduttrice professionale free-lance. Ha un diploma in Interior design ed è fra le prime socie fondatrici del Club Soroptimist International Gulf-Dubai, il primo in assoluto in questa parte di mondo. Ama Dubai con tutte le sue contraddizioni, anche perché qui è nata la sua bambina ed è qui che sono stati adottati due dei quattro gatti che compongono il suo nucleo familiare. Desidera condividere le proprie esperienze in questa città a volte stancante, ma sempre sorprendente, con gli expat, Italiani e non, che continuano ad arrivare a Dubai.

1 Comment

1 Comment

  1. Marilena F.

    November 1, 2016 at 7:32 am

    La foto è bellissima 😄

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