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Disturbo dell’attenzione: ne parla la psicologa Roberta Fedele

Disturbo dell'attenzione: ne parla la psicologa Roberta Fedele

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Disturbo dell’attenzione: ne parla la psicologa Roberta Fedele

Negli ultimi anni si è assistito ad un proliferare, soprattutto nella comunità scientifica psichiatrica, di diagnosi di bambini affetti da ADHD. Proviamo quindi insieme a capire di cosa si tratta. La sigla inglese ADHD sta letteralmente per Attention Deficit Hyperactive Disorder: il disturbo dell’attenzione-iperattività; si tratta di un disturbo del comportamento caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltosa l’integrazione e l’adattamento sociale dei bambini.

Negli ultimi anni si è assistito ad un proliferare, soprattutto nella comunità scientifica psichiatrica, di diagnosi di bambini affetti da ADHD. Proviamo quindi insieme a capire di cosa si tratta. La sigla inglese ADHD sta letteralmente per Attention Deficit Hyperactive Disorder: il disturbo dell’attenzione-iperattività; si tratta di un disturbo del comportamento caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria che rende difficoltosa l’integrazione e l’adattamento sociale dei bambini. La diagnosi avviene intorno ai 7 anni anche se è possible individuare alcuni sintomi già tra i 3 e i 6 anni. I bambini affetti da questa sindrome presentano difficoltà a mantenere l’attenzione sia nelle attività di gioco che in quelle scolastiche, portandole avanti in modo disorganizzato e caotico, e a volte interrompendole. Questi bambini tendono a non riflettere troppo su ciò che fanno e mostrano una difficoltà a controllarsi, aspettare, stare fermi o rispettare un tempo di attesa, come, per esempio, il proprio turno. Le bambine, rispetto ai maschietti, presentano invece condotte più internalizzate come ritiro, bassa autostima e ansia, tendenza a “sognare ad occhi aperti” e aggressività verbale.

Qualche dato

Dati epidemiologici indicano che oltre i 2/3 dei bambini affetti da deficit dell’attenzione ed iperattività presentano anche con altri disturbi e le associazioni più frequenti riguardano i disturbi delle condotte esternalizzate, cioè il disturbo oppositivo-provocatorio e soprattutto il disturbo della condotta, in aggiunta a una scarsa performance dal punto di vista scolastico che si esprime, ad esempio, in ritardi linguistici, di scrittura, ecc.

Acceso è ancora il dibattito sulle origini del disturbo, che viene classificato o su base genetica – ad esempio legato alla morfologia cerebrale, a fattori prenatali e perinatali o a fattori traumatici – oppure legato al contesto familiare e sociale del bambino. Pur riconoscendo la possibile esistenza di una base genetica e anche la presenza di casi cosiddetti “puri”, l’ADHD viene interpretato, da una certa fetta di neuropsichiatri infantili, psicologi, pedagogisti, e anche dalla prospettiva di chi scrive, come la presenza di uno stato di confusione interna, di difficoltà a contenere le proprie emozioni che si manifestano con l’irrequietezza motoria, il muoversi incessantemente, il non sapere aspettare, il ritiro in altri luoghi, come la fantasia. Ciò impedisce di prestare attenzione agli stimoli esterni, di comprenderne il significato, di selezionarli e organizzarli: in altre parole, impedisce di pensare e riflettere. Tutte queste difficoltà si traducono quindi sul piano comportamentale che è quello che maggiormente balza all’occhio, oltre ad essere particolarmente compromesso.

Esprimere le emozioni

La possibilita di esprimere un proprio stato emotivo risiede nella capacità di prendere contatto con esso, rifletterci per cercare di attribuirgli un senso e successivamente tradurlo in parole, dando voce a quelle emozioni che per qualche motivo creano turbamento e che, man mano che diventiamo adulti, risultano diventare più complesse e diversificate. Questo processo è alquanto difficile, prevede una simbolizzazione in consapevolezza delle emozioni ed una attribuzione di significato che risulta difficile anche per noi adulti.

Pensiamo quindi a quanto questo possa essere complicato per i bambini dove l’esperienza personale viene per lo più riportata come legata ad accadimenti concreti, cosa si è fatto oggi o ieri, talvolta anche fantasticata, oppure rispetto alle emozioni di base come la rabbia e la felicità. Questa premessa è importante per spiegare come l’esternazione del disagio infantile venga osservata soprattutto dal punto di vista comportamentale; e da lì infatti che si parte per capire che cosa sta succedendo.

La scuola

E’ di certo la scuola e soprattutto l’insegnante, che sovente richiama per primo l’attenzione dei genitori su alcuni comportamenti del figlio: non riuscire a stare seduto nel banco o a stare attento alla lezione o ancora a disturbare in continuazione i compagni di classe. La scuola pone sicuramente il piccolo di fronte ad un compito evolutivo importante; mentre l’asilo era il terreno della sperimentazione, della socializzazione, del graduale e difficile distacco dalla madre e dalla figure parentali in generale, la scuola – e per scuola intendiamo le elementari – richiede di rimanere tante ore seduti, ascoltare, apprendere, porsi in una posizione ricettiva che puo essere molto difficile per il bambino.

Il tutto si aggrava poi per il fatto che si innesta un circlo vizioso dove il bambino viene etichettato come “terribile” per il disturbo che spesso crea in classe; cosa che rinforza al livello personale una un’immagine di sé sostanzialmente incapace, continuamente sollecitata da compiti che si teme di non saper svolgere e che si tende quindi ad evitare.

Un approccio diverso

Il rischio che spesso si corre in questi casi è quello di soffermarsi sugli aspetti patologici del problema, sul ricorso ad innumerevoli e costosi screening cognitivi che diano una misura standardizzata delle aree compromesse, sulla ricerca di una diagnosi a tutti i costi che ci dica che il bambino ha un problema e che pertanto va curato, di un farmaco da prendere, di un dottore che ci dica esattamente cosa fare. In America circa 6,4 milioni di bambini tra i 4 e i 17 anni hanno ricevuto diagnosi di ADHD, 6,1% sono sotto farmaci e le diagnosi sono incrementate del 42% negli ultimi 8 anni.

Sarebbe invece auspicabile che questi comportamenti stimolassero i genitori prima e gli insegnanti poi a farsi delle domande: cosa sta succedendo? Cosa è accaduto prima? Cosa può voler dire e cosa sta cercando di comunicare il bambino? Domande che stimolino a lavorare sulla propria capacità di osservazione del bambino, ma anche sulla riflessione dei propri stati emotivi in relazione al bambino stesso. Spesso i bambini si fanno infatti portavoci delle emozioni dei genitori, di un disagio collocato a livello familiare in generale o di relazione tra genitore-figlio in particolare.

Qualche consiglio

Alcuni consigli pratici potrebbero invece essere, ad esempio, di garantire continuità alla vita familiare tramite la creazione di regole, abitudini, attività routinarie e programmate, organizzando il tempo in sequenze: “prima si fa questo…dopo quello…”, e la giornata in attività che diventino una consuetudine, possibilmente piacevole. Il calendario settimanale servirà a capire come funziona il tempo, così che ci si possa “collocare” all’interno di esso. Con bambini che fanno molta fatica a mantenere l’attenzione a lungo su una cosa, può essere utile organizzare il tempo in segmenti più brevi: compiti più lunghi, per esempio, possono essere suddivisi in step più piccoli e separati da pause. A casa è bene assicurare un ambiente il più possibile tranquillo, senza che manchino le sollecitazioni e gli interessi soprattutto in compagnia di coetanei. I tempi della tv è bene limitarli al programma preferito o a quello che può essere visto in compagnia di un genitore.

Infine, oltre alla collaborazione tra genitori e insegnanti, potrà essere di aiuto il ricorso allo psicoterapeuta: la sua competenza specifica servirà ad analizzare la situazione insieme ai genitori, a creare e mantenere le condizioni idonee alla crescita e, ove sia necessario, suggerire l’opportunità di un intervento psicoterapeutico.

Per approfondire, potete contattare qui Roberta Fedele

The Dubaitaly Press Team

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