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Dieci consigli per neo expat

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Dieci consigli per neo expat

“Expat”. La parola stessa ha per molti un che di esotico, di irraggiungibile. Per altri, invece, può essere sgradevole, o persino terrificante. Ma quando sento la parola “expat”, io provo una certa emozione. Quando mi dicono che qualcuno ha lasciato il proprio paese di origine per vivere all’estero, mi identifico. Diciamolo in tutta franchezza: al di là delle leggende metropolitane, la vita da expat non è facile. 

*Questo articolo è stato gentilmente concesso da And Then We Moved To e tradotto in italiano

“Expat”. La parola stessa ha per molti un che di esotico, di irraggiungibile. Per altri, invece, può essere sgradevole, o persino terrificante.

Ma quando sento la parola “expat”, io provo una certa emozione. Quando mi dicono che qualcuno ha lasciato il proprio paese di origine per vivere all’estero, mi identifico. Diciamolo in tutta franchezza: al di là delle leggende metropolitane, la vita da expat non è facile. Ti trovi sempre ad affrontare situazioni nuove, devi ricominciare da zero a ogni trasferimento, la tua visione del mondo è in continua evoluzione e, se sei come me, non riesci mai a ricordare il nuovo indirizzo di casa o lo scatolone nel quale avevi imballato il servizio da tè della nonna.

Io ho lasciato casa all’età di 19 anni per partire all’aventura: 15 anni, 7 paesi e 3 continenti più tardi, mi posso definire tranquillamente un’expat di lungo corso. Ho iniziato da sola con una valigia per arrivare a un container di 12 metri, un marito expat che proviene dall’altra parte del mondo rispetto a me, due bambini nati in paesi diversi e una collezione di foto e libri di viaggi molto, molto ricca. Mi sono convertita in permanenza alla “mentalità da expat”, per cui nel mio cellulare ho registrato 8 diversi fusi orari (il che aiuta non poco nelle chiamate Skype con l’altro capo del mondo), le mie lenzuola comprate in paesi diversi sono tutte spaiate (ma davvero non è possibile metterci d’accordo su di una dimensione per tutti?) e tremo al solo pensiero del vuoto mentale che provo quando devo compilare un modulo che richiede il mio “indirizzo permanente”.

Quindi, sia che stiate lasciando casa per la prima volta o che siate veterani che non hanno ormai più il concetto di “casa”, ecco le cose più importanti che ho imparato nel corso di una vita da expat.

La mia “top 10” sull’essere un expat fichissimo:

1. Emozione o paura del cambiamento – tutto sta a come si affronta la vita. All’inizio del periodo di residenza in un nuovo paese è normale un certo contrasto tra il senso di emozione per la nuova avventura e una sana paura di ciò che ancora non si conosce (sarà un posto sicuro, riuscirò a trovare nuovi amici, potrò comprare il mio formaggio preferito?). Dover ricominciare tutto da capo può far paura, e non sarò certo io a negarlo; dopo tutto, ho avuto paura anche io in diverse occasioni all’arrivo in un nuovo paese sconosciuto dove iniziare una nuova vita. Ma per vivere l’esperienza con spirito d’avventura servono ricche dosi di curiosità, ottimismo, capacità di cavarsela condite con un po’ di sana autoironia per prendersi in giro e farsi una risata a fronte degli inevitabili errori. Ho scoperto che buona parte del senso di scoperta nel passaggio da un paese a un altro sta proprio nel cercare di capire come funzionano le piccole cose quotidiane in un contesto nuovo con regole nuove: chiedere indicazioni in una lingua straniera, decifrare la tabella degli orari degli autobus, iniziare un nuovo lavoro o partorire nell’ennesimo paese straniero. Per esempio, la mia scoperta più recente consiste nel fatto che a Dubai il permesso di residenza richiede molto di più se il funzionario vi dice “ci vorranno 5 giorni, inshallah (a Dio piacendo)”. Non fate affidamento alla data promessa, ma non arrabbiatevi nemmeno: prima o poi arriverà, solo che per ogni “inshallah” dovete aggiungere all’incirca un paio di giorni di attesa.

2. Non abbiate paura di “tuffarvi nella mischia”. Quando si va in un posto nuovo, aiuta molto “tuffarsi nella mischia”, quindi accettate qualsiasi nuova esperienza vi venga proposta. Il mio primo consiglio è di partecipare a quante più possibili caffè mattutini, incontri informali, raduni del vicinato, gruppi di supporto per mamme e qualsiasi altra attività vi possa interessare. Non c’è modo migliore per trovare persone simili a voi e magari stringere qualche nuova amicizia. I caffè mattutini sono a volte i più proficui nel trovare le risposte alle domande più immediate: conoscete un buon ginecologo che pratichi il parto naturale? Quali scuole materne accettano ancora bambini? Ormai sono abituata a prendere decisioni in base al passaparola e ai consigli tra expat. Ma si possono usare benissimo anche Internet e i forum di expat della vostra comunità: è molto probabile che qualcuno conosca già le risposte alle vostre domande e possa quindi aiutarvi a non sentirvi sopraffatte dall’esperienza.

3. Non “andate a rimorchio” della dolce metà, vivetela come un’opportunità per reinventarvi. Il bello di essere expat è che potete ripartire da zero, dovunque siate. Il che può sembrare un lusso, ma io credo sia anche una necessità. A volte, dopo aver vissuto nello stesso posto a lungo, facendo sempre lo stesso lavoro e le stesse cose negli stessi luoghi, è facile restare bloccati. Un cambio di scenario, una nuova vita in un nuovo paese con nuove opportunità e nuove possibilità può dare la spinta per riflettere su quello che vogliamo davvero fare nella vita, fosse anche solo la possibilità di esplorare nuove passioni, hobby e interessi personali. La vita da expat per me è stata decisiva: ho potuto finalmente intraprendere la carriera dei miei sogni. Ho abbandonato il mio curriculum nel mondo finance in Danimarca per sviluppare il mio lato creativo a Singapore. Ho cominciato a scrivere per conto di una rivista del posto e mi sono divertita moltissimo. Da cosa nasce cosa e adesso è un lavoro a tempo pieno, che mi dà la carica per affrontare la settimana.

4. Imparate la lingua del posto. Trasferirsi da expat in un luogo dove non conoscete la lingua e dove la gente del posto non parla inglese è dura davvero. Il periodo più difficile per me è stato probabilmente a Berlino nel 2007: all’epoca non spiccicavo una parola di tedesco. Andare in giro per le strade senza capire quello che la gente intorno a me stesse dicendo è stata un’esperienza davvero frustrante e snervante. Mi sono sentita improvvisamente un’analfabeta, senza essere in grado di comunicare, leggere il giornale o anche solo i cartelli stradali. Imparare la lingua del posto è quindi d’obbligo in molti paesi, e al tempo stesso vi aprirà le porte della cultura del luogo. Anche se a volte non è necessario fare questo sforzo, sviluppare una comprensione di base del dialetto locale aiuta non poco. In Danimarca sapere che il cartello “slutspurt” sulla vetrina del negozio significa “ultimi saldi” è sicuramente utile; a Dubai, anche se il mio arabo è limitato, conoscere espressioni come “yallah” (“su, andiamo”), “habibi” (“mio caro”) e “inshallah” (a Dio piacendo) si è rivelato fondamentale per risolvere molte situazioni.

5. Cercate l’equilibrio perfetto tra senso di appartenenza e necessità di dire addio. Questa è dura. Ogni volta. Ogni nuovo addio mi sembra più pesante del precedente. È dura perché vivendo in luogo è inevitabile che il luogo entri a far parte di voi, e sia sempre con voi, ovunque andiate in seguito. E la cosa buffa è che quando arrivate in un luogo nuovo, sconosciuto e state cercando di riscostruirvi la vita finisce che fate continuamente i confronti con il posto che avete appena lasciato e che vi manca da morire. Tuttavia l’ironia sta nel fatto che anche il posto che avete lasciato era sconosciuto all’inizio e quindi a sua volta era oggetto di confronto con un altro luogo ancora. Ma ben presto smetterete di fare paragoni e comincerete a sentirvi a casa fino al giorno in cui, finalmente assestati, avendo appena trovato il parrucchiere perfetto e dopo avere pagato in anticipo la retta scolastica per l’anno a venire, ecco che dovete ripartire e fare i saluti. La vita da expat è una lotta continua tra pragmatismo e nostalgia. È un conflitto strano, magnifico, amaro e dolce al tempo stesso, ma
è fantastico provare la sensazione che un posto che vi sembrava così incontrollabile all’inizio sarà sempre con voi nel vostro cammino, senza sparire mai del tutto dal cuore. Io presto ancora attenzione quando sento parlare di Copenaghen al telegiornale, che si tratti di una conferenza sul clima o di un servizio sul design danese, per un po’ è stata pur sempre casa mia.

6. Fidatevi del partner. La vita matrimoniale è difficile di per sé, la vita matrimoniale da expat lo è ancora di più. Gestire un lavoro duro, il marito che viaggia, un ambiente sconosciuto e la lontananza da parenti e amici può facilmente logorare il vostro matrimonio (il tasso di divorzi tra expat è spaventosamente alto). Voi dovete affrontare bambini irrequieti, una lavatrice rotta (e non sapere chi chiamare per l’assistenza) o anche solo la necessità di comprare il pane italiano, mentre il marito deve lottare con una diversa cultura lavorativa, la corruzione e il nepotismo nei terminal portuali dell’Africa, modi diversi per raggiungere gli stessi obiettivi, e così via. La fiducia è tutto, e la comunicazione aperta è fondamentale. Un trasloco all’estero può rafforzare un matrimonio, a patto che la coppia sia allineata sul modo di affrontare le difficoltà. È importante viverla come un’avventura a due, condividere le esperienze e le lezioni più importanti, esplorare il più possibile insieme e sforzarsi di essere empatici e gentili verso il proprio partner, cercando di immedesimarsi il più possibile. Nella mia esperienza personale, una delle maggiori difficoltà è stata dipendere da mio marito in un modo che non avrei mai immaginato. A Singapore, io ero letteralmente sua “dipendente”, nel senso che avevo un “visto da dipendente”, per cui era necessario il suo consenso scritto anche solo per l’abbonamento del cellulare. Ostacoli del genere possono essere duri, ma servono anche a rendervi più forti. E acidi. Ovviamente scherzo.

7. Date un’identità ai vostri figli esposti a una terza cultura. Essere genitori non è facile, crescere bambini expat in una terza cultura che non appartiene né a voi né al vostro partner può sembrare insormontabile. Nella confusione della vita da expat è importante trasmettere un’identità ai figli, spiegare loro le origini, le origini dei genitori, dove sono nati e dove vivono al momento. Per i nostri figli sono stati importanti: – Visite regolari ai nostri paesi di origine e tempo di qualità con i nonni; – Preparare piatti tipici dei nostri rispettivi paesi a casa; – Parlare ai bambini nelle nostre lingue native. Una parte così grande delle nostre identità si è formata attraverso lingua, cibo e cultura che è naturale cercare di trasmettere tutto questo ai nostri bambini, di modo che abbiano familiarità tanto col biryani quanto con la pasta. E che siano in grado di capire il tedesco o cantare in Urdu. È ovvio che i bambini conosceranno i nostri paesi di origine solo come luoghi di vacanza, ma tutto sommato va bene così. Probabilmente si riconosceranno nel luogo dove staranno più a lungo crescendo. Se riusciamo a dar loro radici solide e ali forti, da grandi potranno volare in qualunque direzione.

8. Viaggiate spesso, ogni volta che potete. I viaggi sono il lubrificante del vostro motore da expat: vi aiutano a mantenere una prospettiva nella vita. Viaggiare aiuta ad andare avanti, a farvi capire che l’avventura non finisce mai e che avete sempre tanto da imparare. Essere expat in terra straniera è la migliore occasione per viaggiare ed esplorare una certa area di mondo, quindi afferrate il toro per le corna. Non rimpiangerete mai un trekking tra i templi della Cambogia con i monaci che benedicono il vostro piccolo di 8 mesi e nemmeno l’esperienza di restare bloccati nel bel mezzo di una parata di elefanti nella Tailandia settentrionale.

9. Accettate la realtà che avrete nostalgia di diverse case. Il concetto stesso di nostalgia di casa può essere complicato per molti expat. A volte mi sembra di avere sempre nostalgia di una delle mie case, mi viene voglia di un pasticcino danese a Singapore, e di granchi con chili a Dubai. Mi mancano gli autunni magnifici del Massachusetts e gli inverni a Karachi. L’unico consiglio che mi sento di dare è di non limitarsi ad accettare questo senso di nostalgia che attraversa i continenti, ma di trasformarlo in un qualcosa che vi appartiene. Mantenete vivi i ricordi in ogni modo possibile, ad esempio rivedendo vecchie foto o riallacciando i rapporti con un amico di quei luoghi. Come scoprirete, ciò vi aiuterà a sopportare le varie nostalgie apportando valore aggiunto alla vita da expat.

10. Fate collezione di esperienze, ma non dimenticate i souvenir da ogni luogo. Tutti vi diranno di fare collezione di esperienze e tesoro dei ricordi, ma a volte un semplice oggetto souvenir dei luoghi dove siete stati può risollevare il morale quando avete una giornata no. E sono ovviamente gli oggetti a cui i traslocatori devono fare più attenzione, per il loro valore sentimentale. Se ripenso alla mia vita da expat, gli oggetti che ho conservato con più affetto sono: – Un libro di Hans Christian Andersen (il mio autore danese preferito), che mi è stato regalato dai colleghi in Danimarca. Mio marito ha avuto in dono una vecchia mappa della Danimarca vichinga, a cui tiene molto. – Un elefante Peranakan con i nomi delle strade di Singapore, che mi è stato regalato da cari amici a Singapore il giorno della nostra partenza. – Quadri di Brighton, in Inghilterra, un regalo di nozze di amici nel Sussex.

Mariam è un'eterna expat che, dopo 15 anni, 7 Paesi e 3 continenti diversi, è diventata una vera esperta di come perdersi in ogni nuova città che diventa la sua casa e di come storpiare le parole in ogni nuova lingua straniera che incontra nel suo cammino. Fondatrice del blog And Then We Moved To, scrive principalmente della vita da expat, cercando di far crescere i suoi bambini tra lingue e culture differenti: in una famiglia che unisce Oriente e Occidente e, ovviamente, girando il mondo.

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