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Identità emiratina

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Identità emiratina

“Cosa indosserai per la festa nazionale, Meera?” mi chiede una collega mentre digitiamo sui nostri portatili senza quasi alzare gli occhi dallo schermo. “Il mio abaya” “Non vorrai mica indossare un abaya con i colori della bandiera, vero?” “No, ma mi truccherò con un ombretto di colore rosso vivo e un lucida-labbra verde” “Davvero?” “No” “Cosa farai in occasione della festa nazionale?” “Niente” “Ma dai?” “Sì, voglio dire, farò un post sul mio Instagram o poco più”.

*Questo articolo è stato gentilmente concesso da Sail Magazine e tradotto in italiano

“Cosa indosserai per la festa nazionale, Meera?” mi chiede una collega mentre digitiamo sui nostri portatili senza quasi alzare gli occhi dallo schermo. “Il mio abaya” “Non vorrai mica indossare un abaya con i colori della bandiera, vero?” “No, ma mi truccherò con un ombretto di colore rosso vivo e un lucida-labbra verde” “Davvero?” “No” “Cosa farai in occasione della festa nazionale?” “Niente” “Ma dai?” “Sì, voglio dire, farò un post sul mio Instagram o poco più”.

Dalla conversazione con la mia amica, al lavoro, avrete capito che non sono una dei tanti che ama festeggiare per strada, strombazzando il clacson e decorando la macchina con i colori della bandiera. E non sono neanche il tipo che ama celebrare indossando i colori nazionali e applicando smalti di colore bianco, verde, rosso e nero sulle unghie. Mi piace ammirare le persone così abbigliate, ma non sono una di loro. Questo significa forse che non amo il mio paese? Assolutamente no. Adoro il mio paese, ma mi esprimo in modi diversi, più discreti. E non mi riferisco solo alla festa nazionale: io sono così tutto l’anno. A me piacciono le piccole cose che mi fanno sentire emiratina; vorrei condividere con voi alcuni aspetti della cultura degli Emirati che amo particolarmente.

Mi piace l’aspetto del fenyal (la tazzina di caffè araba tradizionale) pieno di caffè; mi ricorda una piccola vasca da bagno calda. Mi piace come scuotiamo con discrezione il fenyal per indicare che non vogliamo altro caffè. Un tempo non apprezzavo il gusto del caffè arabo, era troppo amaro, a me il caffè piace dolce. Ma ho iniziato a berlo per poter partecipare al rito di scuotere la tazzina quando lo finisco. Sarà la psicologa che è in me, sempre attenta al linguaggio del corpo, ma adesso il caffè arabo mi piace.

Mi piace il profumo dell’Oud, in particolare il “vecchio Oud Dihn” (dihn oud kadim) mescolato con il mio profumo preferito. Mi piace soprattutto piazzare il midkan (il braciere tradizionale per l’incenso) sul pavimento, ai miei piedi, per lasciarmi avvolgere dalla danza del fumo dell’oud che brucia. Salvo poi pentirmi quando mi sento asfissiare e fuggire a gambe levate in un’altra stanza in cerca di una boccata d’aria.

Mi piace il fruscio che fanno i kandoora degli uomini ad ogni passo e il modo in cui gli uomini si salutano con le punte dei nasi che si sfiorano (di solito) con delicatezza. Mi riempie di orgoglio assistere alle standing ovation quando suona l’inno nazionale. Mi piace poi l’uso di parole arabe arcaiche che la mia generazione ha dimenticato, ad esempio “chaih?” (perché) invece di “laish”, o espressioni come “wabooyaaih” (che letteralmente significa “oh, papà!”) usate dai nostri genitori e nonni. Se usassi queste parole con persone della mia generazione verrei presa in giro, mi chiederebbero tutti come mai parlo come un’anziana signora emiratina.

Adoro i balaleet (spaghetti arabi) con lo zucchero bianco. Lo so che fanno male alla salute, ma a me piacciono così. Mi piace il modo in cui cala il silenzio in una stanza quando la televisione trasmette un video sul compianto Sceicco Zayed.

Piccole sfumature, che assieme si trasformano in qualcosa di molto più grande di me: sono la mia identità nazionale. E voi? Cosa vi fa sentire emiratini?

Elisabetta Norzi arriva a Dubai nel 2008. Nata e cresciuta a Torino, dopo una laurea in Lettere Moderne si trasferisce a Bologna per un master di specializzazione in giornalismo. Qui conosce la realtà dell'associazionismo emiliano e decide di occuparsi di tematiche sociali. Entra nella redazione dell'agenzia di stampa Redattore Sociale, collabora per il Segretariato Sociale della Rai e per il gruppo Espresso-Repubblica. Giramondo per passione, comincia a scrivere reportage come freelance con un servizio sulla Birmania durante la “rivoluzione zafferano”, ripreso dalle principali testate e televisioni italiane. Dopo diversi anni come corrispondente da Dubai (Peacereporter, Linkiesta), fonda, insieme a Giulia Violante, Dubaitaly.

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