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L’arte a Dubai: ce ne parla Alina Ditot

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L’arte a Dubai: ce ne parla Alina Ditot

Durante le scorse vacanze di Natale in Italia, mi è capitato di entrare in contatto con Salvatore Russo che, insieme a Raffaella Salato, segue una giovane e interessantissima artista, Alina Ditot. Nata in Romania, ma in Italia da diverso tempo, autoditatta nel senso più positivo del termine, crea opere molto particolari e di impatto, caratterizzate da tele strappate, bruciate, ricucite con lo spago, che costituiscono una vera rottura con l’arte figurativa tradizionale, appartenendo piuttosto all'”informale materico”.

*Nelle foto due particolari delle opere “Torri Gemelle, messaggi dall’inferno” e “Il mio deserto”

Durante le scorse vacanze di Natale in Italia, mi è capitato di entrare in contatto con Salvatore Russo che, insieme a Raffaella Salato, segue una giovane e interessantissima artista, Alina Ditot. Nata in Romania, ma in Italia da diverso tempo, autoditatta nel senso più positivo del termine, crea opere molto particolari e di impatto, caratterizzate da tele strappate, bruciate, ricucite con lo spago, che costituiscono una vera rottura con l’arte figurativa tradizionale, appartenendo piuttosto all'”informale materico”.

Noi viviamo a Dubai, città nella quale, nonostante i passi in avanti, il mondo artistico è ancora in fasce per certi versi; Alina ha viaggiato tanto ed esposto un po’ ovunque nel mondo, ma a Dubai non è ancora stata. Noi, Italiani a Dubai, in molti affamati di arte e cultura, restiamo un po’ sconcertati davanti ai dati Istat che descrivono l’italiano medio come un analfabeta funzionale in questo settore e ci ripetiamo spesso che “chi ha il pane non ha i denti”. Alina fornisce invece un interessante punto di vista, quello dell’artista “larger than life” o comunque che si ritrova stretta nei confini dell’arte tradizionale; offre forse, indirettamente, anche un indizio del perché in Italia ci sia quasi una forma di noia e sufficienza, per non dire indifferenza, verso arte e cultura in generale.

Infatti spiega: “Io vivo nel Paese sbagliato. L’Italia, purtroppo, è ancora troppo legata alla tradizione figurale. L’arte figurativa fa ancora da padrone. Quello che è sbagliato, è che qui non esiste, o meglio non è ad alti livelli, un Museo di arte moderna e contemporanea. Se si pensa che i Musei più visitati in Italia sono i Musei Vaticani e gli Uffizi, capiamo come l’Italia sia un paese non al passo con i tempi per l’arte contemporanea. Pensiamo a città come New York o Londra. I Musei più visitati sono il Moma, il Metropolitan e la Tate Modern a Londra. Da qui nasce il mio disagio. Un disagio che traduco nel voler strappare quella tela, che forse per troppi anni ha rappresentato la tradizione. Un disagio che esprimo con il taglio e le bruciature. Un disagio che però deve essere in qualche modo risanato, e da qui l’idea di utilizzare lo spago. Uno spago che diventa il filo di Arianna. Un filo che vorrei mi conducesse nei più importanti Musei di Dubai”.

Già Dubai, Paese dei Balocchi, l’Eldorado, espressione del futuro o cosa, agli occhi di una artista così sensibile? Dice Alina: “Ho sempre visto Dubai come il Paese delle meraviglie. Un Paese futuristico che sembra essere stato disegnato da Boccioni o Marinetti. Ho viaggiato tantissimo nella mia vita, eppure il mio più grande sogno è quello di visitare la città di Dubai. Una città dal volto contraddittorio. Una città in cui il concetto di Medina convive con i maestosi grattacieli. Immagino Dubai come un lungo tunnel buio, al termine del quale si trova la luce della salvezza”. Dubai, quindi, come forma di ispirazione, punto di partenza e piattaforma ideale per esplorare questioni a volte liquidate troppo sbrigativamente nel mondo occidentale.

Alina prosegue: “Ho fatto studi filosofici. Per me l’idea platonica di bello è un concetto superato. Le mie opere non sono belle, sono significative. Portano l’osservatore a riflettere su ciò che l’uomo sta vivendo. Sono opere che indagano la mente e ne proiettano le sua verità. A livello artistico ho già esplorato Dubai. Non direttamente però. Dubai è la città dei grattacieli e del deserto. Ho due importanti opere che ricordano questi temi, la prima è un’opera che rientra nella mia serie: ‘Le città assassine’, il cui titolo è ‘Torri Gemelle, messaggi dall’inferno’; la seconda è l’opera ‘Il mio deserto’. Uno dei miei desideri è quello di esplorare artisticamente la condizione della donna a Dubai e rappresentarla attraverso luci e ombre. Un lavoro filosofico che ha l’obiettivo di combattere le false ideologie della cultura occidentale su tale aspetto”.

A questo punto è inevitabile chiedersi, come in tanti spesso ci chiedono, quale sia lo scenario artistico negli Emirati e in particolare qui a Dubai. Vale la pena prendere in considerazione la percezione di Alina che, seppure da “esterna”, è comunque quella di un’artista in stretto contatto con il mondo dell’arte internazionale e condivisa da molti professionisti del settore: “Dal punto di vista artistico, Dubai non ha una grande storia. Stanno nascendo le prime gallerie e musei importanti. Purtroppo a livello internazionale è ancora indietro. Il problema credo sia nella mentalità. Non basta avere i soldi e vincere all’asta le opere d’arte più costose per vantarsi di avere a parete un Picasso o un Van Gogh. A Dubai non esistono figure professionali di un certo livello. Mancano art advisor conosciuti, battitori quotati e soprattutto galleristi di un certo livello”. Qualcosa si sta smuovendo, è vero, e negli ultimi anni fiere come Art Dubai o Art Abu Dhabi hanno iniziato ad avere maggiore risonanza, ma indubbiamente c’è molto da fare. Non esiste una ricetta precisa. Il consiglio di Alina? “Se Dubai vorrà essere all’avanguardia con l’arte e soprattutto se vorrà avere anche qui il primato, deve orientare le sue ‘menti geniali’ verso corsi di formazione, tesi a far nascere le figure professionali che mancano”.

Nella speranza di accogliere prima o poi Alina Ditot a Dubai, per chi volesse avvicinarsi alla sua opera in Italia, la prossima mostra sarà in occasione della Biennale Riviera del Brenta, a Villa Valier di Mira, dal 23 al 25 Aprile.

 

Elisabetta Norzi arriva a Dubai nel 2008. Nata e cresciuta a Torino, dopo una laurea in Lettere Moderne si trasferisce a Bologna per un master di specializzazione in giornalismo. Qui conosce la realtà dell'associazionismo emiliano e decide di occuparsi di tematiche sociali. Entra nella redazione dell'agenzia di stampa Redattore Sociale, collabora per il Segretariato Sociale della Rai e per il gruppo Espresso-Repubblica. Giramondo per passione, comincia a scrivere reportage come freelance con un servizio sulla Birmania durante la “rivoluzione zafferano”, ripreso dalle principali testate e televisioni italiane. Dopo diversi anni come corrispondente da Dubai (Peacereporter, Linkiesta), fonda, insieme a Giulia Violante, Dubaitaly.

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