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Gli italiani e il business dell’anno

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Gli italiani e il business dell’anno

Quante volte avete ricevuto il messaggio o la mail di un vostro amico, o meglio conoscente, che non sentivate da mesi e che, solo perché vivete a Dubai, ha deciso di proporvi il business dell’anno? Amici di famiglia con il figlio neolaureato (o anche laureato da un po’) che non riesce a trovare lavoro in Italia perché è brutta e cattiva e tu sei “l’ultima speranza“? O magari ex compagni dell’Università che si rifanno magicamente vivi, dicendovi che eravate grandi amici e che gli farebbe piacere venire a vivere a Dubai?

Quante volte avete ricevuto il messaggio o la mail di un vostro amico, o meglio conoscente, che non sentivate da mesi e che, solo perché vivete a Dubai, ha deciso di proporvi il business dell’anno? Amici di famiglia con il figlio neolaureato (o anche laureato da un po’) che non riesce a trovare lavoro in Italia perché è brutta e cattiva e tu sei “l’ultima speranza“? O magari ex compagni dell’Università che si rifanno magicamente vivi, dicendovi che eravate grandi amici e che gli farebbe piacere venire a vivere a Dubai?

Bene, se non vi è ancora stato chiesto qualcosa del genere non potete ritenervi dei veri dubaiani. Ma quando comincerete a ricevere messaggi simili, potete sicuramente ritenervi arrivati, nel senso che ormai siete totalmente integrati nella vita locale. O almeno così dice il vostro Facebook. L’arrivo di questo messaggio segna definitivamente il vostro ingresso nel mondo dei residenti e quindi siete obbligati a dare una mano (o quantomeno così la pensano gli altri).

Normalmente il messaggio prevede un’intro con i vari convenevoli, dettati dall’assenza di interazione per un lungo periodo, per poi passare al fulcro, al core business, dove ci viene proposto di diventare soci della più grande idea mai pensata e che, se decidiamo di partecipare, i guadagni saranno assicurati. Ovviamente le prime volte si è incuriositi dalla proposta, dopotutto ascoltare non ci costa nulla ( beh forse qualcosa costa, il nostro tempo). Normalmente vengono proposti servizi la cui utilità in questo paese è pari a zero o che comunque già esistono, come ad esempio un super servizio di ordini online e food delivery. Ma quando pensate queste cose siete seri? Cioè, vi rendete conto che questo è un paese dove se alle 3.27 del mattino ti viene voglia di fiori di zucca fritti o di melanzane ripiene sei sicuro di trovare qualcuno che te li porti a casa?

Il meglio del meglio è quando la proposta riguarda un’attività commerciale: apriamo una bella pizzeria. Ovviamente stavano tutti aspettando te a Dubai per portare la pizza. Credo che ci siano più pizzerie a Dubai di quante ce ne siano a Napoli (ovviamente non sto dicendo che sono tutte buone e degne di nota, ma sono comunque tante e molte anche gestite da italiani, anche se alcuni sembrano decisamente essersi dimenticati di come si fa la pizza…).

Non ricordo né a chi né quando è accaduta questa cosa: la proposta di creare delle belle fontane che potessero ravvivare questo paese desertico. Ma ricordo benissimo le risposte ironiche della gente. Vi prego, quando proponete qualcosa documentatevi, così eviterete la brutta figura e risposte che possono offendere la vostra intelligenza.

Nel mio caso le richieste d’aiuto sono sempre state più mirate alla ricerca di un lavoro (non sono un’imprenditrice e la mia carta è sempre in rosso…troppi brunch e troppo shopping). Quando si è trattato di persone fidate non mi sono mai tirata indietro, anzi mi sono prodigata non solo nel dare consigli, ma qualche volta, quando ho potuto, ho anche fatto da tramite nella speranza di dare una mano. Ma ho avuto anche occasione di ricevere mail/messaggi da persone scomparse dalla mia vita da secoli e che, semplicemente perché vivo a Dubai, hanno deciso di rimettermi in cima alla lista delle amicizie. In questo caso le mie risposte alle loro richieste di aiuto si sono limitate a dare consigli su come cercare lavoro – cosa che, peraltro, viene fatta magnificamente su molti gruppi Facebook o pagine italiane, come Dubaitaly…ma se lì vi diciamo che no, se fai l’agricoltore non puoi venire a Dubai e guadagnare 6000 euro al mese, veniamo tacciati di essere cattivi e invidiosi della concorrenza – o magari, se la persona in questione rientra nel gruppo “amici di famiglia“, cerco di essere più specifica o di girare qualche annuncio che avevo intravisto su qualche sito locale.

Le richieste migliori sono però altre: vuoi venire a Dubai? Perfetto, nessun problema. Magari hai anche il titolo di studio che ti permette di avere una chance in più contro la concorrenza. Magari hai anche qualche specializzazione tecnica, ma no, non parlo del mulettista o del piastrellista, che per quanto ogni lavoro sia dignitoso e valga la pena di essere fatto, in questo paese viene svolto dai lavoratori non specializzati. E con questo non voglio certo dire che lo facciano meglio di noi (…beh alcuni sì), ma semplicemente che loro costano meno. E dov’è allora il problema? Alla domanda/affermazione “suppongo che tu l’inglese lo sappia” la risposta è una e soltanto una: “no, ma non importa. Io sono uno/a che si fa capire/tu vieni ai colloqui con me”. Ma voi, a queste persone, che cosa gli vorreste o gli dovreste dire? Eh niente. Perché tanto odio!

Poi ci sono quelli che a Dubai ci sono venuti comunque, anche senza sapere l’inglese. Quelli che nel paese d’origine non avevano una qualifica. Quelli che in pratica hanno visto negli Emirati il nuovo pollo da spennare e hanno deciso di tentare la sorte finché le finanze lo permettevano. Cosa che fino al 6 maggio del 2015 era possibile, visto che per noi cittadini Schengen era possibile la pratica illegale, ma comunque diffusa e più o meno accettata, del Visa Run: con tanto di società organizzate che con dei pulmini portavano chi aveva bisogno di rinnovare il visto turistico per altri 30 giorni a fare il giretto al border in Oman e ritorno.

Ma ora no, la legge è cambiata. Non mi dilungherò su come funziona, perché c’è ancora gente che non ha capito che ogni 90 giorni devi stare fuori 90 giorni (viva la lotta all’evasione fiscale), ma dirò solo una cosa: quando vi fermano al border perché volete fare il Visa Run e perché non avete creduto a nessuno, tranne all’amica che vi ha detto che un amico di un amico c’è riuscito, mandate una cartolina. Quindi o entro 3 mesi trovi un lavoro o sei fuori (e la matematica non è un opinione).

Alcune mie conoscenze (non direi mai amici) poi sono anche state fortunate nel trovare degli ottimi lavori, pur non sapendo la lingua, ma facendo dei corsi qui per avere più chance. E poi ci sono quelli che, sebbene abbiano avuto questa botta di “nonsidicecosa”, fanno quelli non soddisfatti del lavoro che hanno trovato. Che si lamentano delle molte ore di lavoro, della diversità culturale dei colleghi o dei capi così insensibili da non dargli ferie per festeggiare il Natale.

In questi anni a Dubai ho letto di tutto, ma sempre le stesse domande che si ripetono cicliche: Mulino Bianco, filtro dell’acqua, Visa Run, maid (che pare scappino con i mariti e con più frequenza della morte dei miei pesci rossi nell’acquario), dottori definiti bravi perché parlano italiano e anche il parrucchiere deve parlare italiano (perché imparare due parole d’inglese è troppo).

Siamo arrivati come pionieri, quando questo paese era ancora considerato un posto disagiato. Ma purtroppo non abbiamo imparato nulla dalla nostra storia. Siamo stati emigrati. Siamo emigrati. Saremo sempre emigrati. Ma purtroppo continuiamo a pensare di essere migliori e molti di noi continuano ad essere degli italiani con la valigia di cartone.

Elisabetta Norzi arriva a Dubai nel 2008. Nata e cresciuta a Torino, dopo una laurea in Lettere Moderne si trasferisce a Bologna per un master di specializzazione in giornalismo. Qui conosce la realtà dell'associazionismo emiliano e decide di occuparsi di tematiche sociali. Entra nella redazione dell'agenzia di stampa Redattore Sociale, collabora per il Segretariato Sociale della Rai e per il gruppo Espresso-Repubblica. Giramondo per passione, comincia a scrivere reportage come freelance con un servizio sulla Birmania durante la “rivoluzione zafferano”, ripreso dalle principali testate e televisioni italiane. Dopo diversi anni come corrispondente da Dubai (Peacereporter, Linkiesta), fonda, insieme a Giulia Violante, Dubaitaly.

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