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Trasferirsi all’estero: le difficoltà che vivono le donne

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Trasferirsi all’estero: le difficoltà che vivono le donne

Trasferirsi e lasciare la propria casa non è facile per nessuno. Ma per le donne, soprattutto se mamme e mogli, può esserlo ancora di più.

Trasferirsi e lasciare la propria casa non è facile per nessuno. Ma per le donne, soprattutto se mamme e mogli, può esserlo ancora di più. Capiamo perché con l’aiuto della psicologa Roberta Fedele.

Spesso le donne che arrivano a Dubai seguono i propri mariti, rinunciando alla propria carriera o realizzazione personale: che cosa significa in termini psicologici?

Trasferirsi in un altro paese, soprattutto con una cultura, usi e una lingua diversi dai propri è un’esperienza difficile da sostenere per diversi aspetti. Ci troviamo di fronte all’eccitante compito di aprire un nuovo capitolo della nostra vita, ma d’altra parte anche a quello arduo di riscrivere la nostra storia, con nuove abitudini, nuovi amici, luoghi mai visti e strade da conoscere. In termini psicologici questo comporta una ridefinizione della propria identità che va, in questo senso, rinegoziata una volta giunti nella nuova destinazione. Nel posto dove siamo nate e cresciute, dove abbiamo fatto i nostri studi o intrapreso la nostra carriera, noi siamo “figlie di”, “sorelle di”, “madri di”, “mogli di”, “amiche di”, “colleghe di”. Siamo avvocati, commesse, giornaliste, dottori, segretarie, insegnanti: tutto questo definisce la nostra identità, ci dice chi siamo. Quando andiamo a vivere stabilmente in un altro paese molte di queste dimensioni non sono invece più soddisfatte nella quotidianità. I genitori e fratelli si lasciano a casa, gli amici e il lavoro anche. Sebbene, quindi, il senso della nostra identità sia costante, si può provare un forte vissuto di disorientamento.

Che cosa significa, quindi, seguire qualcun altro?

Non dimentichiamo che il seguire qualcun altro comporta un’ulteriore riflessione: il trovarsi di fronte ad una motivazione estrinseca e non intrinseca; in altre parole il trasferimento non dipende direttamente da noi, dai nostri obiettivi di vita o di carriera, ma viene fatto in funzione di scelte che, seppur prese insieme, sono frutto di possibilità e cambiamenti offerti e maturati prima in qualcun altro, mariti o compagni appunto. Questo può generare dei vissuti contrastanti nella donna, talvolta di frustrazione che si possono tramutare in aggressività e rivendicazione nei confronti del partner per quello a cui si è dovuto rinunciare. Pensiamo infatti ai sacrifici fatti dalle donne per studiare, realizzarsi, districarsi tra mille impegni pur di perseguire la propria carriera e quanto quindi possa poi costare a queste stesse donne dover lasciare tutto a casa. Altre volte possono invece esacerbarsi dei vissuti di dipendenza nei confronti del partner o, all’opposto, si può cogliere l’opportunità di questa nuova e inaspettata esperienza per cercare un nuovo modo di stare al mondo e in un certo senso reinventare se stesse, con un nuovo lavoro, nuovi amici e nuovi interessi.

E l’arrivo di un figlio, esperienza che molte donne vivono quando si trasferiscono a Dubai?

L’arrivo di un figlio è un’esperienza straordinaria, probabilmente la più importante nella vita di una donna, che mette in gioco e smuove numerose e diverse istanze. Ci sarebbe davvero tanto da dire sull’argomento, sopratutto rispetto alla pienezza e al senso di questa esperienza, e tante variabili da considerare, come le risorse personali e di coppia, se si tratta del primo figlio o meno, da quanto tempo si è espatriati. Possiamo però dire che, nell’esperienza della maternità, una donna è chiamata ad un’ulteriore rinegoziazione degli equilibri acquisiti in precedenza, sia a livello personale che a livello di dinamica di coppia. Equilibri che vanno rivisti e riconsiderati in funzione della propria personale idea di essere madre, della crescita e dello stadio di sviluppo del bambino e di una serie di aspetti pratici, tra i quali, forse primo su tutti, l’essere comunque sole in un paese che non è il proprio. Per contro la fortuna, nella maggior parte dei casi, è di poter dedicare tempo al proprio figlio e alla maternità.

Come farsi capire dai mariti che, nella maggior parte dei casi, hanno un lavoro soddisfacente qui a Dubai e si inseriscono più facilmente nel nuovo contesto?

Iniziamo col dire che l’assetto identitario per gli uomini si poggia in larga misura sulla sfera lavorativa e può quindi accadere che il trasferimento si accompagni ad un rinforzo in positivo della propria identità e ad un raggiungimento di obiettivi di carriera importanti che, allo stesso tempo, possono anche significare per loro un dispendio superiore di energie e tempo. Gli uomini sono inoltre molto più incentrati sugli aspetti pratici della vita che su quelli psicologici o interni, ed è in questo senso più difficile per loro entrare in contatto con i vissuti della donna. La possibilità di comprendere le proprie partner dipende in larga misura dalle capacità introspettive ed empatiche dell’uomo in questione e dalla sua disponibilità a sintonizzarsi ed accogliere i bisogni affettivi della moglie/compagna. Non solo: è importante anche considerare il patto stabilito inconsciamente dalla coppia quando si è trovata e scelta per la vita, e la fase del ciclo di vita che sta attraversando in quello specifico momento. Sicuramente, confrontarsi sui propri vissuti e provare a interagire su questi argomenti è essenziale. Questo significa prima di tutto entrare in contatto con i propri stati emotivi, con cosa causa disagio, con il perché ci sentiamo in un certo modo piuttosto che in un altro, per poi in un secondo momento comunicarlo al partner e cercare di affrontarlo insieme.

Qualche consiglio per evitare l’Homesick o patologie più serie come la depressione? 

Sicuramente la prima cosa da fare è riconoscere la difficoltà del momento ed accettare che un iniziale periodo di transizione, di confusione e tristezza, è non solo normale, ma anche necessario e funzionale per adattarsi alla nuova situazione. E’ difficile dare delle indicazioni non calate nella realtà individuale e unica di ognuno di noi. Tuttavia darsi degli obiettivi raggiungibili può essere sicuramente di aiuto. Qualche esempio: se si è sempre lavorato in Italia, cercare un lavoro anche qui, non necessariamente il proprio, ma almeno qualcosa che piaccia e che dia soddisfazione; ricostruire una rete sociale, sia in coppia che individualmente, quindi crearsi delle amicizie; fare sport ed avere degli hobby, magari gli stessi che si avevano in Italia; crearsi degli spazi di coppia, soprattutto se si è genitori di uno o più bambini; rimanere regolarmente in contatto con la propria famiglia in Italia e con gli amici, se lo si desidera, per mantenere una sorta di collegamento tra il “prima” e il “dopo”. Insomma, creare una sorta di continuità nel senso della propria identità. Tuttavia bisogna tener presente che l’espatrio, al pari di altri momenti di transizione della propria vita, può talvolta fare emergere delle difficoltà preesistenti e che necessitano di una più attenta riflessione.

Per approfondire, potete scrivere qui a Roberta Fedele.

Elisabetta Norzi arriva a Dubai nel 2008. Nata e cresciuta a Torino, dopo una laurea in Lettere Moderne si trasferisce a Bologna per un master di specializzazione in giornalismo. Qui conosce la realtà dell'associazionismo emiliano e decide di occuparsi di tematiche sociali. Entra nella redazione dell'agenzia di stampa Redattore Sociale, collabora per il Segretariato Sociale della Rai e per il gruppo Espresso-Repubblica. Giramondo per passione, comincia a scrivere reportage come freelance con un servizio sulla Birmania durante la “rivoluzione zafferano”, ripreso dalle principali testate e televisioni italiane. Dopo diversi anni come corrispondente da Dubai (Peacereporter, Linkiesta), fonda, insieme a Giulia Violante, Dubaitaly.

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