Fashion Uniforms: Emanuela Palma e lo stile italiano

Stile italiano, attenzione per i dettagli e ricerca costante della qualità. Sono i tre must di Emanuela Palma, imprenditrice nel mondo della moda, che ci parla della sua nuova attività: creare e produrre uniformi. Il suo punto di forza? Seguire la tradizione sartoriale italiana, anche qui a Dubai.
 

Come è nata l’idea?

E’ nata per caso due anni fa, grazie a un mio carissimo amico, allora Corporate Manager di un’importante catena di ristoranti. E si incrocia con la realtà di mia sorella, la stilista Francesca Palma. Uno dei ristoranti di JBR doveva rinnovare le uniformi per le hostess, così ho provato a presentare un progetto: ho cercato di unire lo stile alla funzionalità, perché chiaramente le hostess devono muoversi comodamente, devono indossare fibre particolari da tenere tutto il giorno, in un ambiente con l’aria condizionata. Mia sorella ha disegnato i bozzetti, sono piaciuti e ho realizzato la mia prima fornitura. Questo è stato possibile grazie al fatto che mia sorella opera nel settore e da qualche anno avevamo lanciato la linea di fashion a marchio “Francesca Palma”.
 

Da allora a oggi?

Sempre su incoraggiamento del mio amico, ho iniziato a sviluppare l’idea di partenza, che è via via cresciuta. Il mio indotto principale è ora il settore Food&Beverage e quest’anno sono stata uno degli sponsor dell’Italian Cuisine World Summit, per il quale ho realizzato le uniformi degli chef. In questo momento ho poi un grosso lavoro con la polleria più grande di Dubai, per fare i camici, le cuffie e le magliette dei dipendenti. Ho così deciso di non avvalermi più di terzisti presso cui domiciliare la mia linea di produzione, come facevo all’inizio, ma di produrre direttamente. Ora ho individuato spazi funzionali a Dubai, per essere indipendente e quindi più tempestiva nelle consegne. I principali problemi che si incontrano in questo mercato sono infatti la mancanza di puntualità nelle delivery e la mancanza di gusto. Ecco, la scelta di lavorare in modo autonomo mi permette di portare avanti lo studio di un concept, quindi di assistere anche i ristoranti ex novo, per rimanere nel mondo della ristorazione, di confrontarmi con i manager e creare un progetto completo che comprenda non solo le uniformi, ma anche le tovaglie, i tovaglioli, eventuali gadget.
 

Come crea le sue uniformi?

Francesca mi aiuta con gli schizzi, un valore aggiunto molto apprezzato dai clienti, oltre ai sample, perché qui non si lavora mai col catalogo. Scelgo poi i tessuti in base a quello che offre il mercato degli Uae e guido i sarti di conseguenza in laboratorio. Ho provato a lavorare con l’Italia, ma mi sono resa conto che é difficile; la qualità dei tessuti è impeccabile, ma i costi si alzano troppo e i tempi si allungano, tra spedizione e sdoganamento: e a me molto spesso chiedono le forniture oggi per domani. Lavoro con aziende italiane solo se qualche cliente mi chiede tessuti particolari, ad esempio la tovaglia di fiandra, oppure se ho bisogno di una grossa fornitura di cravatte in seta, e in questo caso non si può fare a meno della massima qualità.
 

Qual è la sua filosofia?

Quello che vorrei introdurre è un rapporto qualità/prezzo giusto. Nel senso che costa un po’ di più, ma dietro c’è lo studio del dettaglio. Le uniformi sono tendenzialmente abbastanza simili, soprattutto per chi non è del mestiere, ma basta un dettaglio per renderle particolari. E proprio quel dettaglio può diventare il segno distintivo di un nome, che sia un ristorante o altro.
 

Come é il mercato negli Uae?

Non è un mercato vergine, la concorrenza é moltissima. Ci sono operatori giganteschi, perlopiù indiani, che fanno numeri molto alti. Io, per adesso, in una fase che è ancora di start up, cerco di accontentare tutti: chi mi chiede il cappellino per due o chi me ne chiede 600. Ripeto, quello che manca assolutamente in questo mercato sono la qualità e lo studio del dettaglio, ma anche il saper ascoltare il cliente, capire quello che vuole e rendere poi i prodotti funzionali.
 

Quali difficoltà incontra come imprenditrice?

Le difficoltà principali sono quelle con la manodopera, con i miei stessi collaboratori a volte, con i sarti che non parlano inglese, con una mentalità completamente diversa. Qui è difficile fare capire che cosa significa su misura: il bello é che il nostro corpo ha dei piccoli difetti e i sarti bravi riescono ad adattare i vestiti alle particolarità di ognuno. Però ci vuole tempo: molte persone che chiedono il tailor-made pretendono che alla prima misura sia tutto a posto. Un’altra difficoltà grossa é il reperimento dei tessuti: viene quasi tutto dall’India, dalla Cina, dal Pakistan. Non solo è difficile trovare tessuti di buona qualità, ma se compri due rotoli e dopo sei mesi il cliente ti chiede un’altra fornitura, è impossibile trovare rotoli uguali, i bagni di colore sono sempre diversi. E poi gli accessori: un esempio su tutti i bottoni, è molto difficile trovarne di buona qualità.
 

Come donna ha mai avvertito disagio o limitazioni nel mondo del lavoro qui negli Uae?

No, anzi, sembra faccia piacere che io sia una donna, viene apprezzato il buon gusto, si fidano. E’ una cosa nuova, questo sì, in un settore in cui lavorano in maggioranza uomini di nazionalità indiana, ma non ho mai visto imbarazzi.
 

Obiettivi per il futuro?

Questo lavoro ha un range molto vasto, dalla ristorazione alle palestre, solo per fare qualche esempio, dalle uniformi alle tovaglie, fino agli asciugamani. Il mio obiettivo sono però le scuole, un settore dove c’è molto da fare: sto raccogliendo tante lamentele da parte delle mamme, soprattutto per la qualità dei tessuti delle divise che devono indossare ogni giorno i bambini.
 

Per maggiori informazioni:
e-mail: emanuela@sdacconsulting.com
 

 

 

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